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DIRITTI. UDI Nazionale su Consultori, RU486 e i principi a senso unico

Pubblicato il 23 luglio 2010 da redazione

 (Roma) UN FATTO La Regione Puglia nel marzo scorso con la delibera n.735 ha avviato un’azione di potenziamento della rete dei Consultori e del “percorso nascita”, che prevede l’inserimento di ginecologi ed ostetriche non obiettori di coscienza, questo ha scatenano polemiche e la giunta Vendola è stata accusata dal Pdl di voler trasformare i consultori in «abortifici». Gli assessori firmatari della delibera 735, Tommaso Fiore e Elena Gentile,  - ricorda l’Udi Nazionale in una nota stampa – difendendo le ragioni del provvedimento, replicano: “Non è in atto alcuna discriminazione dei medici obiettori, solo la ferma volontà di garantire la piena applicazione della legge 194 e la tutela dei diritti delle donne”. Nove medici cattolici, tra i quali il Presidente dell’Associazione nazionale dei medici cattolici, hanno presentato ricorso al Tar di Bari, chiedendo l’annullamento del provvedimento in questione e della delibera numero 405, con la quale la giunta pugliese anticipa “il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza”.

Nel ricorso si parla di “scelta discriminatoria”.

E a noi verrebbe da dire che chi di obiezione ferisce, di obiezione perisce.

E si invocano principi sacrosanti che noi per prime rispettiamo, quando sono autentici. Ma è ormai cosa risaputa, che, dal primo giorno in cui è entrata in vigore la 194, si è abusato fino all’inverosimile dell’obiezione di coscienza.

In questi anni abbiamo visto obiettare non solo i medici, ma anche i portantini, le donne che dovevano abortire dovevano andarci con i loro piedi in sala operatoria. Hanno obiettato, in alcuni casi, gli  infermieri addetti alla distribuzione dei pasti “…a quella io non do da mangiare!”. Tantissime strutture pubbliche, dimostrando che l’autodeterminazione proprio non va giù, si sono impegnate in ogni modo per rendere la vita difficile alle donne.

In tutti questi anni l’UDI non ha mai smesso di indicare  nell’obiezione di coscienza -  per quello che la fanno diventare – il nodo ormai da affrontare nella teoria e nella pratica. Significa che dobbiamo, oggi come ieri, pretendere la piena applicazione della 194 attaccando il cavallo di Troia che vi è stato posto dentro per disinnescarla.

L’azione politica della giunta Vendola dimostra che è possibile governare riferendosi alle donne come cittadine, titolari di diritti e di doveri, e non come corpi su cui scatenare battaglie ideologiche. Dopo avere detto 50E50…ovunque si decide!, il nostro corpo fertile è la cartina di tornasole del grado di cittadinanza che riusciamo ad esercitare nella nostra società. Su questo misuriamo assistenza, leggi e utilizzo delle risorse. La scelta della stessa giunta Vendola, come della Regione Toscana, dimostra che, intanto, è possibile applicare il principio del 50E50.

UN FATTO In premessa della Proposta di Legge della Regione Lazio sul riordino dei Consultori si parla dei Consultori come luoghi  per il consolidamento della famiglia e dei valori etici di cui essa è portatrice.   Per chi ha redatto questa proposta la donna non è un soggetto, non è una cittadina, ma una componente di una struttura a conduzione patriarcale – la famiglia -  i cui interessi vengono prima di tutto. Il concepito stesso viene difeso in quanto già componente della famiglia. Viene da pensare che neanche l’uomo della strada si ritroverebbe nel quadretto di famiglia per come viene rappresentata in questa proposta di legge. Il senso comune degli uomini e delle donne, della società civile, è sicuramente più avanti di certi governanti e amministratori.

E’ ora di rovesciare le questioni, di interrogare invece di rispondere, consapevoli che la posta in gioco non è la vita umana come principio teorico, ma la nostra vita di donne, molto concreta e la nostra libertà. E’ ora di contrastare una restaurazione che prima ancora che politica è e vuole essere culturale. Una restaurazione che trova le sue ragioni nella necessità delle Istituzioni di rappresentarsi all’Istituzione religiosa come i capaci di mantenere l’ordine. Tutta la cosiddetta “cultura pro life” trasuda inviti alle donne a tornare nei ruoli di donne accoglienti, testimoni di una cultura della vita e di una società che deve essere, sempre attraverso le donne, aperta ed accogliente. Persino la contraccezione, è ormai vista  come ostile alla vita, e questo messaggio al negativo è ben più pericoloso e violento della pur insopportabile melassa mediatica attorno alle famiglie numerose, alle mamme ad oltranza, a quelle eroiche ecc.    

 E ANCORA Sulla RU486, l’ipocrisia con cui si finge di preoccuparsi della salute della donna, per costringerla ad entrare in una sala operatoria anche se potrebbe evitarlo, è la stessa che regola molte, troppe questioni legate al generare e al corpo delle donne.  Attraverso l’insostenibilità del ricovero obbligatorio di tre giorni, si sta forse preparando la “soluzione finale” per la RU486.

E’ facile morire ammazzate dopo anni di minacce, ma sui femminicidi non si fanno i compulsivi monitoraggi, indagini, inchieste, verifiche  a cui è soggetta la legge 194 (oltre a quello annuale dell’istituto Superiore di Sanità previsto dalla legge stessa).

E’ facile che in quella famiglia, sia italiana che straniera, così genericamente nominata, basata sui valori etici, di cui i Consultori dovrebbero diventare custodi e garanti, si compiano più del novanta per cento delle violenze contro le donne.

 VOGLIAMO CHIAREZZA  sulla contraccezione d’emergenza che viene deliberatamente confusa con la RU486 e vogliamo la sua demedicalizzazione, dunque che sia tolto l’obbligo di ricetta.  Perché la pillola del giorno dopo NON E’ UN ABORTIVO, quindi non ha senso che i farmacisti facciano obiezione, perché non possono come categoria e non ha senso che la facciano i medici perché, lo ripetiamo, non è un abortivo.

 A tanta arretratezza culturale, ma anche spirituale che ci sta inseguendo, a tanta prepotenza, primitiva e volgare, l’UDI risponderà con le sue parole, con le sue denunce, con le sue azioni. 

A tutto ciò, però, fanno da sponda iniziative illuminate su cui invitiamo a riflettere soprattutto quelle donne che occupano posti di responsabilità e prestigio.

A loro chiediamo di non costringere le donne ad una divisione su questioni che ci devono vedere invece solidali e rispettose.

A loro chiediamo un confronto franco e diretto che superi gli schieramenti ideologici”.

(Delt@ Anno VIII, n. 159 – 160 del 23 – 24 luglio 2010) 

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