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VIOLENZA. Su quella contro le donne i media non indugino in morbosità

Pubblicato il 29 settembre 2011 da redazione

(Roma) E’ questo in sintesi, il messaggio che arriva dalla Tavola rotonda “Giornalismo e linguaggio di comunicazione sul tema della violenza contro le donne”, organizzato ieri alla Provincia di Roma, dalla Provincia stessa e da Solidea – Istituzione di genere femminile e solidarietà, e che ha visto dibattere tra gli/le altr* Pina Derbi, vicedirettora del tg di La7, la regista Francesca Comencini, la presidente di Solidea Mariagrazia Passuello e alcuni rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche della carta stampata e della televisione.

Un incontro con al centro il tema dell’informazione e della violenza alle donne, informazione che, per l’Assessore alle Politiche Sociali e per la Famiglia della Provincia di Roma, Claudio Cecchini, “ha avuto e ha un ruolo fondamentale nel combattere la violenza contro le donne, perche ha squarciato un velo di silenzio e omertà, di paure e minacce in cui erano avvolti questi casi soltanto fino a poco tempo fa. Informazione che è stata ed è importante nel rendere consapevoli le persone dell’esistenza del fenomeno e del fatto che sia inaccettabile tollerarlo in silenzio”.

“Ora però – per Cecchini – bisogna fare attenzione che questi drammi non diventino spettacolo e che non si indugi nella morbosità. Per questo è importante ritrovarsi a discuterne con gli addetti ai lavori del mondo dell’informazione e spero che l’iniziativa di oggi possa trovare continuità e diventare un appuntamento fisso di approfondimento”.

“I nomi di Yara Gambirasio, Sarah Scazzi e Meredith Kercher sono esempi di violenza sulle donne trasformati in casi mediatici da un tipo di giornalismo che punta sulla spettacolarizzazione della notizia e sul voyeurismo del pubblico e dei lettori- spiega Pina Derbi – un tipo di giornalismo che non condivido e che non rappresenta la realtà del fenomeno”.

“Il messaggio che deve arrivare a tutte le associazioni e ai centri antiviolenza- continua Derbi- è che paradossalmente la violenza sulle donne non può essere una notizia solo perché è un tema importante. Bisogna fornire al giornalista una notizia che sia vendibile allo spettatore, con una storia che colpisca altrimenti tra le 14 o 15 notizie della giornata che riempiono la scaletta del telegiornale la violenza sulle donne non troverà spazio”.

L’informazione, la comunicazione e la rappresentazione delle donne questi i temi della tavola rotonda che hanno dato il via a un dibattito più ampio sulla cultura del Paese in tema di violenza di genere. “Il rispetto per le donne va diffuso con l’insegnamento nelle scuole a partire dalla materna, dove inizia il comportamento di prevaricazione nei confronti dell’altro sesso – sottolinea Mariagrazia Passuello - e attraverso la rete dei centri antiviolenza che in Italia sono 106 con 58 che offrono ospitalità, ma la rete da sola non basta se con ci sono i fondi”.

La necessità di trovare un punto d’incontro tra informazione e violenza sulle donne passa attraverso la stesura di una Carta di Roma, prossimo passo auspicato dalla presidente di Solidea che ha ricordato “come sia importante garantire alle donne la massima informazione e la tutela dei diritti di partecipazione”.

La comunicazione, in primis quella televisiva, ha trovato nella trasmissione Amore criminale, in onda da cinque anni su Rai Tre, un nuovo modo di raccontare la violenza sulle donne, “Ogni anno più di cento donne muoiono per un amore sbagliato, e il dato non accenna a diminuire. La nostra formula vincente, anche in termini di ascolto- spiega Matilde D’Errico, autrice del programma di Rai Tre – è che ogni puntata ricostruisce, con la formula della docu-fiction, il percorso dei due protagonisti: il primo incontro, la nascita della storia d’amore, la crisi, fino ad arrivare al tragico epilogo. Nel tentativo di provare a capire come può un amore ammalarsi fino ad arrivare al delitto. Le storie sono ricostruite tramite le testimonianze dirette di familiari, parenti e amici della vittima, con il supporto di foto, materiali di repertorio e ricostruzioni filmate”.

“La docu-fiction- continua- è un esempio di narrazione lontano da quello della soap opera a cui ci ha abituato un certo tipo di televisione, quella dei contenitori della domenica o della fascia pomeridiana. E’ la scelta del modo in cui si intende raccontare la notizia che deve testimoniare una presa di responsabilità in modo da offrire al pubblico un’ampia scelta senza costringerlo a focalizzare la propria attenzione solo su un tipo di rappresentazione della violenza di genere e della donna”.        

Dal titolo all’uso delle immagini passando per la definizione stessa di delitto passionale, è l’intenso intervento di Francesca Comencini che strappa gli applausi della platea. “La violenza sulle donne rappresentata nei media- chiarisce la regista- non deve far passare il messaggio che lui l’ha uccisa perché l’amava troppo. All’espressione delitto passionale va sostituita quella di delitto criminale, la violenza sulle donne è un crimine e come tale va rappresentato”.

(Delt@ Anno IX, n. 184 – 185 del 30 settembre – 1 ottobre  2011)  Anna Lonia

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