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SANITA’. Consultori nel Lazio, nuova legge o più risorse?

Pubblicato il 22 settembre 2010 da Redazione Delt@

(Roma) “E’ una proposta di legge incostituzionale e totalitaria, i consultori non hanno bisogno di una nuova legge, ma di risorse, di maggiore personale e di ambienti adeguati”: questo il duro attacco che apre la conferenza stampa organizzata ieri dall’Assemblea permanente delle donne a Roma, organo nato per contrastare proprio il disegno di legge Tarzia e costituito da diverse associazioni, tra cui la Casa internazionale delle donne, la Consulta dei consultori del Lazio, il coordinamento delle donne della Cgil, l’associazione Be free, Pangea, il Forum della salute delle donne italiane e migranti e molte altre.

Ieri si sono discussi i punti essenziali della proposta di legge regionale n. 21 del 26 maggio 2010 “Una riforma e riqualificazione dei consultori familiari(CF)”.

Non bisogna cambiare la natura dei consultori familiari pubblici, questo l’appello lanciato dall’Assemblea, a fronte di quanto si legge nella proposta sopraccitata, dove i consultori  “non sono più strutture come che forniscono, in modo asettico, una serie di servizi sanitari o para-sanitari alle famiglie bensì istituzioni a sostegno e promozione della famiglia e dei suoi valori”.

“Non è una proposta di riforma- spiega Lisa Canitano – ma di abolizione progressiva dei consultori da sostituire con un associazionismo di tipo confessionale”.

Il timore espresso dall’Assemblea permanente delle donne è che dietro la proposta di riforma dei consultori ci sia un’impronta ideologica, che di fatto privatizzerebbe i consultori, con un duro attacco alla loro vocazione laica.

“Viene messo in discussione il lavoro svolto negli ultimi trent’anni- secondo Loredana Angelici- non vengono presi in considerazione i miracoli fatti all’interno dei consultori, dove avviene circa il 50% dei parti dei nostri territori, nonostante le esigue risorse e le carenze strutturali”.

Nel Lazio sono 161 i consultori pubblici, 50 a Roma, un numero esiguo a fronte della normativa vigente che prevede la presenza sul territorio di un consultorio familiare per ogni 20.000 abitanti. “I locali che ospitano i CF- continua Angelici- sono di fatto inadeguati per numero, capienza, decoro, autonomia, secondo la valutazione degli operatori e degli utenti che li giudicano non in linea con la qualità delle prestazioni erogate”. 

I consultori familiari, istituiti in Italia dalla legge quadro n.405/76 e nel Lazio dalla legge n.15/76,  svolgono la propria attività seguendo alcuni cardini fondamentali come la centralità della persona.

“La persona, quindi la donna – secondo Vittoria Tola – è considerata nella sua globalità e soggettività come riferimento e interlocutore privilegiato per l’attività di prevenzione e promozione della salute all’interno dei consultori”. Viceversa nella proposta di legge si pone al centro dell’azione dei consultori la famiglia, quella fondata sul matrimonio e si prevede l’accesso ai servizi consultoriali pubblici dell’associazionismo familiare.

“Si mette in discussione in modo inaccettabile il diritto delle donne all’autodeterminazione- secondo Pina Adorno – per dar spazio al ruolo della famiglia che diventa il vero soggetto politico”.

La centralità della famiglia nella proposta di legge si scontra con uno dei diritti fondamentali acquisito dalle donne, quello all’autodeterminazione del proprio corpo, della consapevolezza del sè.

“All’interno dei consultori pubblici- spiega Canitano – esiste un percorso di ascolto, stabilito dalla legge, nei confronti della donna all’inizio della maternità”. L’ascolto  consiste nell’assistenza sociale e psicologica alla donna nei casi di interruzione volontaria della gravidanza e ancor prima nell’individuazione dei fattori di rischio, di tipo biologico, ambientale e sociale che possono incidere sulla normale evoluzione della gravidanza. “Nel 96% dei CF- continua Adorno- si garantisce un percorso integrato con la struttura ospedaliera, dal momento della richiesta alla visita dopo l’effettuazione dell’IVG o al controllo della gravidanza se la donna ha scelto di proseguirla”. Questo percorso perde la sua connotazione tecnico- sanitaria, per trasformarsi, nella proposta di legge, in un momento di socializzazione delle problematiche che inducono all’interruzione della gravidanza orientato al superamento delle stesse, per prevenire l’aborto, secondo principi etici predeterminati.

Sulla conformità alle norme bioetiche dei servizi erogati dai consultori nel proprio ambito di competenza regionale vigilerebbe un Comitato di Bioetica, composto da vari esperti quali giuristi, educatori, psicologi, medici legali ed esperti in materia di bioetica. “E’ un problema di tipo culturale- secondo Serena Orazi- che mette in discussione la libertà della donna anche per l’alternativa farmacologia all’aborto, attraverso il blocco della somministrazione della RU 486 nel Lazio”.

Il sospetto da parte dell’Assemblea permanente delle donne è che la regione Lazio si trasformi in “un laboratorio in cui sperimentare un controllo di natura etica sul corpo delle donne, da estendere in un secondo momento sul territorio nazionale”.

Per Giovanna Scassellati, responsabile per la 194 dell’ospedale San Camillo di Roma, “la situazione delle strutture nel Lazio è carente. I consultori sono stati sempre tartassati, ne è prova il fatto che nelle altre regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana, ce ne sono quasi il doppio. La battaglia deve essere sulla salute riproduttiva. L’interruzione di gravidanza non è mai una scelta facile, non vogliamo che si crei una situazione per cui le donne siano costrette ad andare in pellegrinaggio a Bologna per abortire”.

“A breve chiederemo un incontro con Renata Polverini e con il presidente della commissione Affari sociali – ha dichiarato Francesca Koch della Casa internazionale delle donne – La legge istitutiva dei consultori è stata una conquista delle donne che già prima avevano iniziato a occupare questi spazi. C’era una visione olistica della salute, considerata in un insieme di aspetti non meramente ambulatoriali. In questa proposta, invece, la donna è nominata solo due volte ed è privata della possibilità di decidere autonomamente”.

La petizione lanciata sul sito della Casa internazionale delle donne ha già raggiunto le settemila firme, tra cui quelle di Dacia Maraini, Susanna Camusso, Lidia Ravera e Miriam Mafai.

 (Delt@ Anno VIII, n. 176 del 23 settembre 2010)    Anna Lonìa

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