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POLITICA. Intervista a Loredana Lipperini

Pubblicato il 28 febbraio 2011 da redazione

(Siena) L’atmosfera che ha ispirato la manifestazione delle donne del 13 febbraio e le iniziative successive, ha restituito centralità al tema della soggettività femminile. Noi ne abbiamo discusso con Loredana Lipperini, autrice di Non è un paese per vecchie, recensito recentemente su Delt@ (21 Settembre 2010).

            Negli ultimi tempi i riflettori si sono accesi su donne che ritengono normale concedersi ad un uomo ricco e potente, in cambio di benefici economici e professionali e considerano una vera e propria occasione trovarsi al posto giusto nel momento giusto per offrirsi a chi “può cambiarti la vita”. Che idea si è fatta di questo clima?

            A partire dagli anni Novanta è in atto una regenderization, un parossistico ritorno ai generi, un’esplosione di modelli iper-maschili e iper-femminili. Alle ragazze si insegna fin dall’infanzia che la bellezza è un’arma e che bisogna stare nel circolo, completamente individualistico, dei vincenti. Oltretutto, nella nostra società è ancora vivo il modello di Cenerentola, l’aspettativa e l’attesa di un principe azzurro.

            Rispetto agli scandali sessuali che hanno fatto da miccia alla manifestazione del 13 febbraio, non sono mancate interpretazioni della vicenda in cui il presidente del consiglio è dipinto come un uomo elegante e distinto, circondato da giovani che tentano di sedurlo, secondo il modello: risponde solo se stimolato.

            Perché la sessualità maschile deve essere per forza quella di un adolescente che spia dal buco della serratura? Abbiamo una rappresentazione terribilmente vecchia del desiderio maschile. Ci viene detto che quello di cui stiamo discutendo è sempre accaduto. Recentemente Ostellino ha osservato che le donne sono sedute sulla loro fortuna, ma non è vero; casomai è l’Italia a star seduta sulle donne e sul loro lavoro di cura.

            Rispetto alle vicende di prostituzione venute alla luce recentemente, si è molto parlato di libertà di scelta.

            Non è possibile parlare di libertà di scelta in questo caso. Si è liberi solo quando disponiamo di una pluralità di modelli, mentre qui siamo in presenza di un modello unico.

            E, al momento, il modello dominante è quello della donna sexy e di contorno.

            Si tratta di un modello che si è imposto lentamente nell’immaginario, in cui i termini vincenti sono giovinezza, bellezza, astuzia e potere, e questi termini sono promossi sin dall’infanzia e veicolati dai prodotti destinati alle bambine, basta pensare a bambole come le Winx, o al fatto che i trucchi vengano proposti come giochi. Non intendo fare un discorso censorio, ma è necessario rivendicare la pluralità di modelli e di rappresentazioni della femminilità, contro la pervasività di un unico modello.

            A proposito di giocattoli che riproducono modelli femminili sexy e niente di più, alcuni hanno replicato che Barbie, ad esempio, non era semplicemente bella, ma ogni suo modello incarnava una professione.

            Guarda caso, però, quando hanno fatto Barbie Presidente il riferimento cadeva sull’abbigliamento; di Barbie si diceva “che mise!” e non “che discorso d’insediamento!”. Tutto questo è solo una patina, per nascondere il reale modello, che si vuole veicolare.

            Come si spiega la regressione ad un modello femminile appiattito sulla fisicità e ancora una volta ancillare rispetto all’uomo?

            Si è verificata una profonda manipolazione dell’immaginario, che è avvenuta attraverso una moltitudine di canali, dai giocattoli, alle riviste, ai testi scolastici e il femminismo storico, invece di occuparsi del modello di femminilità che veniva plasmato, ha rivolto lo sguardo altrove.

            Cosa propone per portare alla luce la pluralità di modelli femminili, attualmente oscurati dal modello unico della “gnocca”?

            Servono le quote rosa. Sono l’unica possibilità, soprattutto nei luoghi deputati alla comunicazione. Un nuovo immaginario può essere costruito solo se abbiamo gli spazi e gli strumenti.

            Come dovrebbero muoversi, secondo lei, le donne del 13 febbraio? Dovrebbero tornare in piazza?

            Sì, ma oltre alla visibilità della piazza, bisogna sfruttare al meglio i canali di comunicazione, Internet in particolare. Soprattutto non si deve commettere l’errore di credere che con la fine di Berlusconi, finiscano i problemi; bisogna pretendere che al primo posto dei programmi di partito ci sia la richiesta delle quote rosa, di cui non possiamo fare a meno in un Paese come il nostro.

(Delt@ Anno IX, n. 43 del  28 febbraio 2011)  Carla Fronteddu

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