Categorizzato | APPROFONDIMENTI

MGF: un tema che interroga tutte

Pubblicato il 21 dicembre 2009 da Redazione Delt@

(Roma) Tra i tanti meriti del progetto Corpi consapevoli. Mgf e integrazione nello stato di diritto, uno in particolare ci tocca tutte e tutti e dovrebbe farci riflettere: prima di giudicare quello che succede in un contesto culturale e politico differente dal nostro, noi occidentali dovremmo sempre prima partire dal nostro vissuto, da quello che riguarda la nostra cultura, abbandonando la presunzione di essere le uniche persone libere. Soprattutto noi donne dovremmo trovare un nuovo terreno di dialogo tra noi, mettendo a nudo quelle che sono le nostre resistenze, le nostre difficoltà. Solo allora possiamo fare un passo successivo ed entrare in rapporto con donne portatrici di culture differenti.

Conferma Oria Gargano, presidente di BE free – Cooperativa Sociale contro Tratta, Violenza e Discriminazioni – partner del progetto, che, dichiara “ci ha fatto crescere molto questo progetto, abbiamo avuto un partenariato molto ampio ma credo nelle discussioni comuni nelle quali spesso non c’era un punto di partenza simile, sono state realizzate forme di comunicazione profonda ed anche con noi stesse, perché il tema della Mgf è un tema che comunque ci interroga. Sicuramente quando parliamo di tratta, di violenza, di discriminazioni, noi che a BE Free lavoriamo per il contrasto di questi fenomeni da così tanti anni, ci muoviamo comunque in un campo che conosciamo. Le MGF ci hanno comunque portate a riflettere su altri aspetti, che sicuramente è bene tenere dentro di noi. Il documentario realizzato da DonnaTv nell’ambito del progetto, ci ha dato uno spaccato della complessità che bisogna assumere quando si parla della pratica, ma poi nel libro abbiamo visto più che altro il nostro atteggiamento occidentale rispetto alla stessa, declinato nelle tante sue forme. Ed è questo il punto da sviluppare, su cui continuare a lavorare, a riflettere, capire quanto portiamo della nostra abitudine, dell’egemonia culturale, all’interno di processi che non ci riguardano, ma che poi ci riguardano. Come? Naturalmente è provocatorio, ma personalmente aderisco a quello che ha scritto nel libro Federica Ruggero circa il razzismo, che connota moltissimi nostri interventi. Nelle interviste realizzate (riproposte integralmente anche in uno dei due video realizzati), poi, abbiamo potuto toccare con mano con quanta difficoltà le donne che vengono dai paesi interessati dalla pratica ne parlano. C’è un motivo per cui ci percepiscono come intruse, ci vedono aggressive…”.

A riprova di quanto afferma Gargano, d’altra parte basta guardare a quanto successo nei giorni scorsi. Ci riferiamo alla vicenda Santanchè, che, con totale mancanza di rispetto per una comunità che stava festeggiando una ricorrenza importante, ergendosi a paladina dei diritti delle donne immigrate, nella convinzione di essere dalla parte delle musulmane si è sentita in dovere di far capire loro che il velo è una costrizione, e che, insomma, la cultura degli immigrati non mette al centro i diritti delle donne .

Un modo sbagliato di affrontare la questione, perché aggressivo e di condanna, poi – afferma Gargano – “non ci meravigliamo se ci vedono non corrette, e spesso è così, anche contro la nostra sincera volontà. Con il mio lavoro sono abituata a vedere atteggiamenti nei confronti delle donne vittime di violenza permeati di buonismo, di assistenzialismo, e che però sottolineano l’alterità tra “me” che sono una donna con una magnifica situazione, e l’”altra”, “poveretta”, che hai il marito cattivo. Un meccanismo che si ripropone anche rispetto al tema oggetto del nostro progetto”.

“Questo è un aspetto. L’altro, è la riflessione sui corpi. Una riflessione urgentissima nel movimento delle donne, – sottolinea la presidente di BE Free – perché io non voglio parlare soltanto del corpo infibulato, o del corpo con l’escissione. Voglio parlare anche del mio di corpo, di quello di mia figlia, di quello delle mie amiche. Voglio che si parli di un corpo che mai come ora è stato decrerebralizzato, sconvolto, anche con il consenso di molte donne. E’ questa è la nota dolente. Chiediamoci perché oggi molte occidentali sentono il bisogno di praticare sul proprio corpo interventi chirurgici anche in zone intime come l’area genitale? Perché questo accanimento nell’inseguire questo volere apparire esteticamente perfette, dove forse non c’è più neanche tanto nesso con la desiderabilità rispetto al maschile. C’è proprio un problema di identità e di auto rappresentazione. Sta succedendo qualcosa anche da noi, ed è per questo che “sinceramente” penso che ci possiamo rapportare a questo problema delle Mgf in maniera pulita, cercando di capirne la collocazione nelle culture dei Paesi nei quali vengono praticate, senza parlare come fanno in tanti/e di “barbarie”. “Finchè continuiamo a pensare che quelli sono i paesi della barbarie, omettendo di ricordare che in quelli storicamente a più larga prevalenza della pratica, le donne hanno acquisito posizioni di preminenza in molti consessi politici, come è accaduto in Namibia, dove la percentuale di donne elette nei consigli municipali è del 41%, in Mozambico, nel parlamento è del 35%, del 30% in quelli di Burundi, Tanzania, la stessa Namibia, per non parlare del Rwanda, dove le donne rappresentano il 49% degli eletti… Altro che erigerci a paladine della democrazia, della libertà delle donne, quelle senza macchia… Noi una presidente come Ellen Johnson (Liberia) non l’avremo mai.

Come dimenticare poi donne magnifiche come Berhane Ras – Work, Executive Director di Inter African Committee, che in occasione della Conferenza Europea a Bruxelles“Joint action of Member State against Harmful Traditional Practices, che ha chiesto alle madri immigrate in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda… perché fanno le mgf alle loro figlie più che nei loro paesi d’origine. Il perché è presto spiegato: non sentendosi accolte nei paesi dove vivono e lavorano, sapendo che un giorno rientreranno nel loro Paese le spingono a rispettare le loro tradizioni, e quindi vogliono che le loro figlie siano accettate, perché non dimentichiamo che una ragazza non infibulata, non escissa, in certi villaggi è considerata impura, viene emarginata, non si sposa, e sappiamo che per molte il matrimonio è l’unica strada. Fatto quest’ultimo, che non ci possiamo permettere di criticare, perché da noi lo è stato per molti secoli e tutt’ora lo è in qualche maniera…”.

Uno dei prodotti del progetto è l’opuscolo che, oltre a contenere le descrizioni sulle Mgf, offre un’esauriente informazione sulla legislazione italiana in materia, e su quella europea (Italia, Olanda, Francia, Regno Unito, Austria) ed extra – europea. In Italia, la legge che vieta le mgf è del 2006. Chiediamo a Gargano se in questi anni, la legge ha prodotto risultati concreti, insomma se ha inciso nel portare allo scoperto casi puniti legalmente come è già successo in Francia o in Olanda (a proposito di quest’ultimo Paese, dove molti dei casi restano sconosciuti perchè avvengono in famiglia, senza che nessuno possa sporgere denuncia, si è avuto notizia in questi giorni che un marocchino arrestato un anno fa e condannato inizialmente a sei anni per aver inflitto alla figlia gravi mutilazioni, si è visto ridotto la pena a tre mesi e solo per aver picchiato la figlia, perché i giudici non hanno ritenuto sufficienti le dichiarazioni di madre e figlia, considerando inoltre che la pratica non è in uso in Marocco).

“A differenza della Francia – risponde Gargano – dove è noto soprattutto il caso di Hawa Gréou, una donna del Mali condannata a cinque anni di carcere perché nelle banlieux parigine praticava le mgf a molte bambine (la donna poi, dopo aver riflettuto, nel periodo trascorso in carcere e soprattutto dopo aver scoperto che il Corano non parla in nessuna parte delle mgf né le prescrive, pentita ha scritto il libro Exciseux), da noi non si hanno notizie di casi simili, che sicuramente ci saranno, ma le donne che abbiamo conosciuto ci hanno tutte raccontato che l’intervento sulle bambine lo fanno tutte nei paesi d’origine, quando tornano e questo avviene ogni cinque o sei anni per motivi economici, quando la bambina è pronta, anche a pochi mesi e questo dipende dalla cultura d’appartenenza”.

Nel libro una delle intervistate, Thema, racconta di quando ha sottoposto la figlia maggiore alla pratica nel suo Paese d’origine, in Burkina Faso, e di come il marito, oggi perfettamente integrato, con un lavoro stabile, l’abbia rimproverata per questo, accusandola: Perché? Siamo venuti qua, qua non ce n’è bisogno. Insomma, gli fa capire, viviamo qui e magari sposerà uno di qui… come poi è successo. E così Thema non ha “tagliato” la figlia piccola. Tutto questo per fare un’ultima riflessione: coinvolgere gli uomini – anche se l’impresa è ardua a dir poco – sentire la loro, capire se vogliono davvero che le loro future mogli siano sottoposte alle Mgf.

(Delt@ Anno VII, N 176 del 30 settembre 2009)

Condividi:
  • Print
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Current
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • PDF
  • Twitter
  • Wikio IT

Tags |, ,

    • VIOLENZA. Farnesina: Terzi celebra Giornata mondiale contro mutilazioni femminili
    • VIOLENZA. Carfagna: non fermare impegno contro mgf
    • VIOLENZA. Nirenstein (pdl), mutilazioni genitali femminili intervento barbarico
    • VIOLENZA. Germontani (FLI), infibulazione inammissibile in Italia
    • VIOLENZA. Fornero, contrastare atteggiamenti violenza donne
    • VIOLENZA. Mgf, progetto pilota nelle scuole toscane
    • RAPPRESENTANZA. Fornero: vigilerò sulla presenza di donne nei cda
    • SALUTE: a Roma Centro Fecondazione per donne affette da endometriosi
    • LUTTI. Morta Anna Maria Longo, storica dirigente di sinistra
      luglio 2019
      lun mar mer gio ven sab dom
      1234567
      891011121314
      15161718192021
      22232425262728
      293031EC

      Archivio anni