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EDITORIA. Non è un paese per vecchie, anatomia di una rimozione

Pubblicato il 21 settembre 2010 da redazione

(Roma) Nel 1967, racconta Loredana Lipperini nel suo ultimo libro Non è un paese per vecchie, il Time ha definito i twenty-five and under uomini dell’anno, consegnando per la prima volta il potere ai giovani.

Oggi i venticinquenni di allora hanno 65 anni ed oltre e, sebbene siano sul punto di essere dichiarati vecchi, conservano di se stessi l’immagine di giovani vincenti; non cambiano desideri né si scrollano di dosso quel senso di onnipotenza, che tende a schiacciare le altre generazioni. Quella dei giovani attuali, che raccoglie solo le briciole… e quella dei più vecchi.

Gli ex-giovani sono terrorizzati dalla vecchiaia, la negano così come negano i vecchi che li precedono, ritenuti colpevoli di ogni male, dalla crisi economica all’incertezza culturale, e per questo ostracizzati. Nella nostra società i vecchi sono numeri che compaiono nelle statistiche, sospinti nella quasi invisibilità sia nei contesti urbani che nel mondo della comunicazione. I vecchi non esistono; appaiono in televisione solo quando sono protagonisti di vicende di cronaca nera. I vecchi non vendono, non piacciono, non hanno appeal …i vecchi danno fastidio. È sempre stato così: ma adesso nel nostro paese sta avvenendo qualcosa di diverso. C’è una sola generazione. A new kind of generation, quella dei cinquanta-sessantenni. Le altre devono adeguarsi. O svanire.

Questa, in termini molto generali, la fotografia che ci offre Lipperini (ospite di Barbara Palombelli, oggi, martedì 21 settembre, di “28Minuti”, il programma di approfondimento quotidiano di Radio2, in onda alle 13.00), e se ci avviciniamo per  osservare meglio, scopriamo come le cose siano più complesse.

Mentre i vecchi-giovani se ne stanno attaccati come una cozza allo scoglio alle posizioni di potere raggiunte, non accettando che il tempo scorra anche per loro, le due generazioni con cui dovrebbero spartire la torta vivono in estrema difficoltà. Alla fine dei conti però, è ai vecchi che viene imputato ogni male.

Lipperini fa una vera e propria immersione in blog, forum, gruppi Facebook e quant’altro, in cui giovani e meno giovani danno sfogo all’odio bruciante che provano nei confronti dei vecchi, accusati di mille difetti, tutti riconducibili ad un’unica matrice: quella economica. I vecchi vengono paragonati a sanguisughe, che continuano a consumare risorse dello Stato pur non essendo più produttivi. Un pregiudizio così radicato del pensionato nullafacente che toglie risorse economiche ai giovani, stride clamorosamente con la realtà dei fatti, sapientemente mantenuta nell’ombra. Molto spesso sono proprio gli anziani a essere garanti delle famiglie: secondo il rapporto Istat del luglio 2009, “soltanto le famiglie con un componente anziano mostrano una diminuzione dell’incidenza di povertà (dal 13,5% al 12,5%) che è ancora più marcata in presenza di due anziani o più (dal 16,9% al 14,7%)”

Chi accusa i pensionati di “mangiarsi tutto” evidentemente non è al corrente del fatto che una percentuale altissima di anziani vive sotto la soglia della povertà, e le percentuali sono ancora più allarmanti se si considera la variante di genere. L’importo medio delle pensioni femminili, infatti, è pari al 52% di quelle maschili per le pensioni di anzianità, ed al 70% per quelle di invalidità.Sembra chiaro che quanti, spaventati dall’incertezza a cui siamo esposti nelle nostre società, hanno dichiarato guerra ai vecchi, hanno sbagliato nemico.

Quando non è direttamente colpevolizzata la vecchiaia è omessa. Si evitano con cura le raffigurazioni degli anziani, e chi giovane non lo è più fa di tutto per mascherare lo scorrere del tempo. È significativo che in Italia solo il 15% sella popolazione si definisca anziano, nonostante il 23% della popolazione abbia più di 65 anni.

Per la generazione immortalata dal Time, invecchiare significa incarnare un vizio, significa non essere stati in grado di restare giovani, e dunque meritare il pubblico disprezzo.

L’imperativo categorico di non invecchiare trova espressione nei modelli che popolano gli spazi televisivi e pubblicitari: alla figura dei nonni si preferiscono coppie dai capelli argentati che ridono. I prodotti per la terza età vengono presentati come se fossero rivolti ai giovani, perché nessuno vuole sentirsi anziano, né si riconosce tale a dispetto del dato anagrafico.

In un contesto così descritto, all’emergenza anagrafica si aggiunge l’emergenza di genere. Non solo le donne subiscono la povertà più degli uomini, ma l’obbligo di mantenersi giovani nei loro confronti è ancor più feroce. La vecchiaia femminile non gode degli attributi della saggezza e dell’esperienza (ancora monopolio maschile, fatta eccezione per il bucato e gli altri lavori domestici), ragion per cui alle donne più che a chiunque altro è vietato invecchiare. Le non più giovani devono fingere il più a lungo possibile di non subire lo scorrere del tempo, pena essere confinate nell’unico ruolo accessibile: quello della nonna (con la variante nonna che viene sbeffeggiata in televisione).

In uno dei capitoli più interessanti del libro, Lipperini si concentra sulla centralità del corpo femminile e cita, a proposito, Elena Gianini Belotti: le donne sono cambiate ma è rimasta invariata la potenza del significato simbolico del loro corpo e il taglio dello sguardo maschile che lo osserva, lo valuta, lo giudica. Il corpo di una donna sovrasta e sopraffà ogni sua espressione intellettuale. Il corpo delle donne anziane non è finalmente liberato da ossessivi precetti di bellezza: il bombardamento, sempre presente nella vita di una donna fin dagli anni dell’asilo, tocca punte d’isteria proprio dopo i cinquant’anni.

I modelli proposti dalla televisione e della pubblicità mostrano corpi giovani, nonostante l’età e le riviste e le trasmissioni moltiplicano i consigli, dal tè verde alla ginnastica. Sono continue le incursioni nella sfera sentimental-sessuale che deve essere ancora viva, nonostante l’età. Sempre un nonostante a ricordare che non si possono posare le armi nella frenetica attività di camuffamento del tempo. Non si dice alle cinquanta-sessantenni che possono continuare a fare quel che hanno fatto come persone, ma che possono continuare a vivere il sesso, che possono continuare, con i dovuti aiuti, a essere toniche e lisce.

Il culto dell’immagine così esasperato nella nostra società non può fare a meno di esorcizzare la vecchiaia, la decadenza, la fine, attraverso la rappresentazione ossessiva di una giovinezza più forte dello scorrere degli anni e l’immagine della giovinezza femminile è fondamentale in questa battaglia contro il tempo.

(Delt@ Anno VIII, n. 174 del 21 settembre 2010)    Carla Fronteddu

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