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DIRITTI UMANI. Amnesty International presenta il Rapporto Annuale 2010

Pubblicato il 28 maggio 2010 da Redazione Delt@

(Roma) “Nonostante il 2009 sia stato un anno fondamentale per la giustizia internazionale, le lacune esistenti nella giustizia globale sono state acuite dal potere della politica”: lo scrive Amnesty International nel suo  Rapporto annuale 2010 (pubblicato in Italia da Fandango Libri) presentato nella giornata di ieri presso l’Associazione della Stampa Estera di Roma.

“La repressione e l’ingiustizia prosperano nelle lacune della giustizia globale, condannando milioni di persone a una vita di violazioni, oppressione e violenza – ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International – I governi devono assicurare che nessuno si ponga al di sopra della legge e che ogni persona abbia accesso alla giustizia, per tutte le violazioni dei diritti umani subite. Fino a quando i governi non smetteranno di subordinare la giustizia agli interessi politici, la libertà dalla paura e dal bisogno rimarrà fuori dalla portata della maggior parte dell’umanità”.

A livello mondiale, le lacune della giustizia hanno rafforzato un pernicioso reticolo di repressione. Le ricerche di Amnesty International hanno documentato torture e altri maltrattamenti in almeno 111 paesi, processi iniqui in almeno 55 paesi, restrizioni alla libertà di parola in almeno 96 paesi e detenzioni di prigionieri di coscienza in almeno 48 paesi. Gli organismi per i diritti umani e le attiviste e gli attivisti che li difendono sono finiti sotto attacco in molti paesi, i cui governi hanno impedito loro di lavorare od omesso di fornire protezione.

Lo spazio per le voci indipendenti e per la società civile si è ridotto in alcune parti della regione Europa e Asia centrale, il  continente americano è stato tormentato da centinaia di omicidi illegali commessi dalle forze di sicurezza in vari paesi tra cui Brasile, Colombia, Giamaica e Messico, mentre negli Stati Uniti d’America è proseguita l’impunità per le violazioni dei diritti umani compiute nel contesto della lotta al terrorismo. Un impietoso disprezzo per le popolazioni civili ha caratterizzato i conflitti.

Sulle donne, in particolare quelle povere, si abbatte il peso dell’incapacità dei governi di realizzare questi Obiettivi. Si stima che le complicazioni legate alla gravidanza siano costate la vita a circa 350.000 donne. La mortalità materna è spesso la conseguenza diretta della discriminazione di genere, della violazione dei diritti sessuali e riproduttivi e della negazione del diritto alle cure sanitarie. “Se vogliono fare passi avanti negli Obiettivi di sviluppo del millennio, i governi devono promuovere l’uguaglianza di genere e contrastare la discriminazione contro le donne” – ha sottolineato Weise.

Per quanto riguarda il nostro Paese, nel periodo preso in considerazione, da  gennaio 2009 fino a maggio 2010, gravi violazioni si sono registrate nei confronti del diritti di migranti e richiedenti asilo. La Legge 94/2009, entrata in vigore nell’agosto 2009 come ultima tranche del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punibile con un’ammenda da 5000 a 10.000 euro. La legge potrebbe dissuadere gli immigrati irregolari dal denunciare i reati subiti e ostacolare il loro accesso a istruzione, cure mediche e altri servizi pubblici per il timore di denunce. Una circolare del ministero dell’Interno del novembre 2009 ha chiarito che persiste per i medici e il personale operante presso le strutture sanitarie il divieto di segnalazione alle autorità, degli immigrati che accedono alle cure mediche. Lo stesso ministero ha anche reso noto che il permesso di soggiorno non è necessario per l’iscrizione di un bambino all’asilo nido. Non sono state emanate le regole di attuazione delle norme sull’asilo introdotte nel 2008 dai decreti legislativi che attuano le Direttive europee in materia di procedure d’asilo e qualifica di rifugiato. Esse sarebbero utili anche ai fini dell’efficacia della norma sull’effetto sospensivo (che consente al richiedente asilo di vedere la propria espulsione sospesa durante il tempo del ricorso contro il rigetto della domanda di asilo in prima istanza).

Nell’aprile 2009, disquisizioni di diritto internazionale marittimo tra Italia e Malta sono state anteposte al salvataggio delle vite umane di 140 migranti e richiedenti asilo messi in salvo dalla nave cargo turca Pinar. La nave non è stata fatta entrare in porto da Malta né dall’Italia e i migranti sono stati lasciati al loro destino per quattro giorni, senza acqua e cibo a sufficienza, accampati sul ponte della nave, ottenendo infine il permesso dall’Italia di raggiungere Porto Empedocle.

A partire da maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare sulla base dell’accordo di “Amicizia, partenariato e cooperazione” concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia e degli accordi tecnici di dicembre 2007 sul pattugliamento marittimo congiunto per mezzo di navi della Guardia di Finanza fornite dall’Italia.

La Libia non è parte della Convenzione sui rifugiati del 1951 e non ha una procedura di asilo, circostanza che ostacola la possibilità di ricevere protezione internazionale nel paese. Secondo i dati del governo italiano, tra maggio e settembre del 2009, 834 persone intercettate o soccorse in mare sono state portate in Libia. Lo stesso governo italiano ha comunicato al Comitato europeo contro la tortura che tra le persone “riconsegnate” alla Libia vi erano decine di donne, almeno una delle quali in stato di gravidanza, e diversi minori.

La politica dei rinvii forzati ha provocato una drastica riduzione delle domande d’asilo presentate all’Italia, passate da 31.000 del 2008 alle circa 17.000 del 2009 (fonte: Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Inoltre nel gennaio 2010, oltre un migliaio di migranti sono fuggiti o sono stati trasferiti forzatamente fuori da Rosarno, in Calabria, dopo due giorni di violenti scontri con i cittadini del luogo, al termine dei quali diverse decine di persone tra migranti, rosarnesi e agenti di polizia hanno avuto bisogno di cure ospedaliere. Sussiste il timore che le cause di fondo di questi fatti risiedano, da un lato, nel massiccio sfruttamento dei migranti impiegati nell’agricoltura e, dall’altro, nella mancata adozione da parte delle autorità italiane di misure concrete per contrastare la xenofobia in aumento in tutto il paese.

Ai rom di nazionalità italiana, europea e di altri paesi è stato negato un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure mediche e all’occupazione e sono proseguiti in diverse città, tra cui Milano e Roma, gli sgomberi forzati illegali, con il conseguente aggravarsi della condizione di povertà delle comunità colpite. In diversi casi, gli sgomberi non sono stati preceduti da un’adeguata consultazione e da un congruo preavviso, né formalizzati secondo la legislazione interna, impedendo in questo modo l’accesso a rimedi giudiziari.

Queste politiche si basano sulla dichiarazione dello stato di emergenza relativo alle “popolazioni nomadi”, che a partire dal 2008 ha attribuito poteri speciali ai Prefetti di Campania, Lazio e Lombardia, estendendoli dal maggio 2009 a quelli di Piemonte e Veneto. Nel luglio 2009, il Comune e il Prefetto di Roma hanno lanciato il “Piano nomadi”, che prevede il trasferimento di 6000 rom (su 7177 residenti nei campi, secondo un censimento considerato incompleto da più parti) in 13 campi definiti “villaggi” nella periferia della città, con il conseguente smantellamento di circa 100 campi “abusivi” e “tollerati”. In questo modo, il “Piano nomadi” spiana la strada allo sgombero forzato di migliaia di rom, con possibili conseguenze sul percorso scolastico dei bambini e sulle prospettive di impiego. Non per tutti è previsto un alloggio alternativo, almeno 1200 rom sono destinati a essere esclusi dal “Piano nomadi”. Per questi motivi esso, nella sua attuale formulazione, non rispetta gli obblighi dell’Italia di garantire che non vi sia discriminazione né segregazione abitativa e di non utilizzare gli sgomberi come misura punitiva per chi è sprovvisto di permesso di soggiorno.

Secondo le organizzazioni per i diritti delle persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), nel 2009 si è registrato un incremento dei crimini basati sull’intolleranza nei confronti di queste ultime. Nel corso dell’anno i mezzi d’informazione hanno riportato una serie di notizie relative ad attacchi omofobici avvenuti in diverse città italiane, tra cui Pordenone, Firenze, Bologna, Pavia e Roma. Le autorità italiane dovrebbero contrastare con maggiore decisione gli atteggiamenti omofobici in modo da garantire una maggiore sicurezza alle persone Lgbt.

A distanza di oltre 20 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, l’Italia resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Di conseguenza, gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato minori (lesioni, abuso d’ufficio, falso ecc.) e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione.

L’Italia non ha ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione, che imporrebbe l’adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti, tra cui un’istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione, e non si è dotata di un’istituzione indipendente per il monitoraggio sui diritti umani né di un organismo indipendente di denuncia degli abusi della polizia. Tuttora non dispone di regole per l’identificazione degli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico.Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse. Nel giugno 2009, 10 agenti della polizia municipale di Parma sono stati rinviati a giudizio per lesioni, aggressione, sequestro di persona, calunnia, falsa testimonianza e altri reati minori per il pestaggio di Emmanuel Bonsu, cittadino del Ghana, avvenuto nel settembre 2008. Bonsu ha riferito insulti razzisti e riportato danni a un occhio. L’ultimo episodio riguarda Aldo Bianzino, morto in carcere a Perugia a ottobre 2007, la cui indagine è stata archiviata.

Il 5 marzo 2010, inoltre,  è stata emanata la sentenza di appello per le brutalità commesse durante il G8 di Genova del 2001 nei confronti di oltre 200 detenuti nel carcere provvisorio di Bolzaneto, delle quali sono stati ritenuti responsabili tutti i 44 imputati nel processo, tra cui agenti della polizia di stato, della polizia penitenziaria e medici. La mancanza del reato di tortura nel codice penale italiano ha impedito di punire i responsabili in modo proporzionato alla gravità della condotta loro attribuita. I reati minori di cui questi sono stati giudicati responsabili sono sottoposti a prescrizione e nessuno tra coloro che ha violato i diritti umani a Bolzaneto sconterà alcun periodo di carcere.

Il 18 maggio 2010, la Corte d’appello di Genova ha riconosciuto le responsabilità di 27 tra agenti e dirigenti della polizia per i gravi abusi commessi nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, ai danni di decine di persone presso la scuola Diaz.

 Ne è emerso un quadro allarmante di gravi violazioni (tra cui lesioni gravi, arresti illegali, falso e calunnia), commesse nei confronti di decine di manifestanti inermi, aggrediti mentre si trovavano in luogo di riparo notturno al termine delle manifestazioni.

Nei nove anni trascorsi non c’è stata alcuna parola forte di condanna da parte delle istituzioni per il comportamento tenuto dalle forze di polizia, né un’analisi interna ai corpi di polizia relativa al fallimento nella gestione dell’ordine pubblico a Genova nel 2001.

Il Rapporto annuale è on line all’indirizzo: www.amnesty.it/Rapporto-Annuale-2010

(Delt@ Anno VIII, n. 112 – 113 del 28 – 29 maggio 2010)

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