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WOMEN’S STUDIES’ Alla Sapienza un seminario su studi di genere

Pubblicato il 30 settembre 2010 da redazione

(Roma) Si è tenuto ieri, giovedì 30 settembre, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, un seminario dedicato agli “Studi di genere”. Si è trattato di una giornata di studi, di ricerca e di confronto tra studiose provenienti da vari campi disciplinari, che hanno messo in comune i loro progetti e le loro idee, cercando di superare le barriere tradizionalmente imposte ai diversi approcci di settore. Partendo dal concetto di genere come costruzione sociale trasversale, Marisa Ferrari Occhionero, delegata del Rettore alle Pari Opportunità e alle Politiche di Genere, ha sottolineato la necessità di rileggere le asimmetrie delle realtà sociali legate agli stereotipi di genere, soprattutto alla luce dei profondi ritardi italiani rispetto agli altri paesi europei, come nel campo dell’occupazione femminile, i cui dati non sono affatto incoraggianti. Scopo del convegno è stato costruire una prima interfaccia significativa tra materie umanistiche e scientifiche, al fine di migliorare la consapevolezza del pubblico nei confronti delle tematiche relative al genere.

Marina D’Amelia ha presentato la realizzazione di un archivio sugli studi di genere svolti all’Università La Sapienza di Roma, mettendo in luce come tali studi, rappresentando un tessuto stratificato sul piano delle ricerche, sebbene più esile dal punto di vista della quantità e del tipo di corsi e degli insegnamenti, debbano essere resi maggiormente visibili, anche alla luce di un fervore di studi di genere a livello europeo. L’Italia, secondo la studiosa, ha adottato la tecnica dell’infiltramento nelle varie discipline, implementando un punto di vista che non è quello del presunto soggetto maschile, apparentemente “neutro”: questa strategia ha però inibito una reale integrazione di orizzonti resa indispensabile nel panorama accademico attuale. Maria Serena Sapegno, letterata e delegata italiana alla Rete Europea degli Studi sulle Donne, ha illustrato i diversi progetti realizzati a livello europeo per favorire la diffusione e l’implementazione degli studi di genere. Si è discusso, in particolare, del progetto Athena, rete Socrates perdurata per 10 anni, e coordinata dall’Università di Utrecht, polo di eccellenza nell’ambito della ricerca e dell’istruzione, le cui caratteristiche fondamentali apparivano essere: l’interdisciplinarietà, la trasversalità, ossia il collegamento tra l’” in e l’out”, ossia il dentro e il fuori l’ambito universitario, l’internazionalità e, questo un elemento non totalmente positivo, il coinvolgimento esclusivo di donne. Sapegno ha anche citato le numerose Conferenze Internazionali della Ricerca Femminista tenutesi in varie città europee negli ultimi anni, oltre alla creazione della rete Gemma al livello mondiale e della messa a punto di Ars Gender, che probabilmente diverrà la futura struttura permanente di collegamento tra studiose/i di genere. Anna Simonazzi, illustre economista, ha messo in luce le politiche pubbliche per le donne progettate a livello europeo mediante la nuova strategia europea per l’uguaglianza di uomini e donne 2010 – 2015, e a livello italiano tramite il “piano di occupazione delle donne” elaborato congiuntamente dai ministri Carfagna/Sacconi. Le priorità di queste politiche consistono nell’andare a impattare l’economia e il mercato del lavoro, nel promuovere l’uguaglianza retributiva e di possibilità carrieristiche tra uomini e donne, e nell’implementare una strenua lotta alla violenza sessuale. Si tratta di obiettivi, che se a livello europeo, hanno avuto effetti quantitativamente positivi, riducendo la media del gap occupazionale tra i vari paesi europei e aumentando il tasso di laureate nell’UE, non hanno inciso sul fenomeno molto allarmante della segregazione verticale, ossia della discriminazione delle donne nell’accesso ai vertici dei vari ambiti, politico, economico, dirigenziale, amministrativo, e così via. Simonazzi, evidenziando gli sproporzionati costi economici e sociali derivati dall’ineguaglianza (quali in special modo il costo economico per le imprese, lo squilibrio demografico e l’invecchiamento della popolazione, oltre all’esclusione sociale e all’aumento della povertà), sta elaborando una strategia di valutazione delle politiche pubbliche al fine di promuovere effettivamente la parità, privilegiando le norme che facilitino la conciliazione e la corresponsabilità tra uomini e donne nelle attività di cura. Facendo riferimento al piano italiano 2020 Carfagna/Sacconi, Simonazzi ha ancora una volta mostrato il ritardo dell’Italia rispetto ai principali paesi europei nel rispondere alla crisi occupazionale ed economica in corso mediante una politica che si è limitata a tagliare la spesa sociale e a “garantire alla donna il mantenimento del suo status nel focolare domestico”.

Il pomeriggio si è articolato in una serie di interventi specifici volti a mostrare i progressi negli studi di genere compiuti finora in vari settori disciplinari. In primo luogo, Renata Ago, storica e studiosa di arte, ha parlato dell’Enbach, l’European Network for Baroque Cultural Heritage, ossia una rete di centri universitari volti a promuovere l’eredità della cultura barocca mediante ricerche che vedono coinvolte equipe internazionali. L’illustrazione di questo progetto è servito alla storica per rimarcare come la storia e la storia dell’arte siano campi in cui le donne ormai si sono affermate, come si può notare dalla composizione largamente femminile delle squadre di ricerca. Francesca Alby, sociologa, ha descritto, nel suo intervento “The practical thinking of working mothers “ una ricerca svolta sulle cosiddette famiglie “sovraccariche”, ossia famiglie a doppio reddito con figli di età inferiore ai 10 anni. La maggior parte delle donne intervistate mediante i focus group ha sottolineato come il lavoro domestico, che per il 90% va a carico della componente femminile, non sia semplicemente un’attività ripetitiva e automatica, bensì comporti importanti sforzi cognitivi al fine di organizzare, programmare e continuamente modificare ragionamenti e piani di azione sul medio e lungo periodo. Al contrario, gli uomini svolgerebbero le mansioni esclusivamente esecutive nel lavoro di cura domestica.  Mariena Cafiero, storica affermata, ha parlato di un’opera molto importante di censimento delle scritture femminili che ha portato alla scoperta di una serie di scritti “sommersi” delle donne tra il 1500 e il 1900: si è trattato di una prima mappatura della scrittura femminile “diffusa”, ossia utilizzata dalle donne nella loro vita quotidiana, che ha prodotto epistolari, diari, autobiografie, ecc. Monica Calzolari si è riallacciata all’intervento precedente per trattare l’importante ma anche ambiguo ruolo delle donne nella ricerca archivistica italiana, sostenendo come se le donne si sono affermate pienamente nel campo della pratica archivistica, la teoria è ancora largamente dominata da modelli maschili. Mary Freire, sociologa che ha analizzato i documenti dell’Istat sulla differente gestione del tempo da  parte di donne e uomini, ha messo in risalto l’enorme sproporzione tra la quantità di ore spese rispettivamente dalle donne e dagli uomini nel lavoro retribuito e nel lavoro domestico, che, sebbene in lento cambiamento, non permette di eliminare la differenza di genere. Si sono poi susseguiti due interventi volti a sottolineare il nuovo ruolo assunto dalla medicina di genere rispettivamente nell’individuazione e nella cura di malattie cardiovascolari, descritte brevemente da Gaetano Pannitteri, e nell’analisi dello stress femminile da parte della farmacologa Francesca Patacchioli. Piera Rella ha illustrato un’indagine sulla radiofonia svolta a Roma, che ha rivelato: in primo luogo, una maggiore distribuzione del precariato e del lavoro nero fra la componente femminile dei lavoratori che in quella maschile; in secondo luogo, la progressiva femminilizzazione della professione giornalistica; in terzo luogo, il mancato raggiungimento dell’effettiva parità tra i due sessi nel mondo della comunicazione. Poi è stata la volta di Caterina Romeo, che ha trattato dell’intersezionalità negli studi di genere, mostrando come la “donna” non sia certo una categoria omogenea, bensì includa al suo interno forme multiple di categorizzazione (etnia, religione, classe, età, colore della pelle,ecc.) e quindi di potenziale discriminazione, soprattutto alla luce dei recenti trend di migrazione transnazionale che stanno favorendo la creazione di nuove strutture familiari in Italia e altrove, al cui interno l’attività di cura è relegata alle donne immigrate. Infine l’intervento di Gabriella Sica si è concentrato sulla lettura di una poesia di Emily Dickinson e sulla costruzione da parte della di una “simulazione di genere”, nel rapporto con se stessa, con le altre donne e con gli uomini.

La giornata è stata molto proficua, come rimarcato in conclusione da Marisa Ferrari Occhionero, ed ha condotto ad un iniziale progetto di creazione di una pagina web, appartenente al sito dell’Università La Sapienza, che illustri in forma riassuntiva i diversi studi di genere compiuti nelle varie discipline negli ultimi decenni.

(Delt@ Anno VIII, n. 183 – 184 del  1 – 2 ottobre  2010)  Elisa Strozzi

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