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VIOLENZA. Un “posto sicuro” per le donne

Pubblicato il 28 luglio 2011 da redazione

S. ha trentacinque anni, occhi neri intensi, tre figlie e una lunga storia di maltrattamenti e violenza domestica alle spalle. La più piccola ha cinque anni, la più grande sedici.

Per cinque mesi S. e le sue figlie sono state ospiti di un Centro antiviolenza.

S. ha passato i primi mesi dietro le sbarre del Centro, come se fosse in carcere.

Perché in un Centro antiviolenza ci sono le sbarre alle finestre e alle porte.

P. la figlia più piccola di S. gioca con le sbarre della porta e tutte le volte che la porta si apre lei gioca a scappar via, fa pochi passi e poi torna indietro ridendo: P. a soli cinque anni è stata costretta a capire che non poteva tornare in quella casa in cui aveva sentito sua madre piangere e urlare di dolore, che c’era qualcosa di buono in quel posto, anche se c’erano le sbarre alle finestre.

Anche se gioca a scappar via da queste sbarre, P. sa che tornare “dentro” è meglio del “fuori”, meglio di quella casa da cui è dovuta scappare.

S. per due lunghissimi mesi non è andata a lavorare e le sue figlie non sono andate a scuola: hanno vissuto nascoste in un luogo protetto, ma pur sempre nascoste. Al sicuro.

Se suo marito l’avesse trovata, avremmo letto sui giornali un trafiletto, magari in cronaca: “donna di trentacinque anni uccisa dal marito”, poi se le modalità dell’omicidio non fossero state particolarmente efferate o comunque prive di particolari in grado di richiamare l’attenzione morbosa dei più, sarebbe stato archiviato sotto il nome “cose che purtroppo succedono e che purtroppo continuano a succedere”. Già, purtroppo.

Perché quando la violenza avviene tra le mura domestiche fa meno scalpore, forse perché troppo dirompente sarebbe prendere contatto con il fatto che la stragrande maggioranza dei casi di violenza avviene tra le mura domestiche e non per strade ad opera di sconosciuti.

E così quale è il posto in cui noi donne possiamo sentirci davvero “sicure”? In casa o per strada?

Stando a quanto ci consiglia (anzi ci prescrive, con quel tocco di paternalismo che guasta sempre) il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, noi donne dovremmo sentirci “al sicuro” in casa e terribilmente insicure per strada.

Per le strade di Roma è stato diffuso un Vademecum per la sicurezza femminile, “un lusso che noi donne vogliamo permetterci” (ipse dixit!), la cui splendida idea di fondo è che è la donna che deve fare qualcosa per prevenire ed evitare la violenza, adottando tutta una serie di cautele che vanno dai più banali accorgimenti di senso comune alla paranoia clinica. Grande assente, come sempre del resto, è proprio l’uomo autore della violenza. E così, con una bella rinfrescata agli stereotipi, viene veicolata una immagine della donna da scortare e proteggere, una donna che deve camminare cauta per strada, evitando abiti vistosi o gioielli (peraltro mischiando in un generico e indistinto concetto di sicurezza furto, stalking e aggressioni).

Una donna che, come si suggerisce nelle ultime pagine, per proteggersi dalle insidie dovrebbe andare in giro dotata di ”un dispositivo tecnologico all’avanguardia dotato di un localizzatore gps” dal nome Pe Tra, ossia una sorta di “braccialetto elettronico” che consente (non si capisce bene a chi) di localizzarti.

L’ottimo vademecum rinvia infatti a questo sito: http://www.sentirsisicuri.it/acquista.php, dove si può acquistare per soli 299 euro (pagabili anche a rate) questo “sistema avanzato di richiesta di soccorso“, una moderna forma di “cavaliere tecnologico” che la donzella sola e spaurita attiva con una telefonata, alias “richiesta di soccorso” (!).

Il vademecum, infatti, pur proponendosi di veicolare una immagine di “sicurezza” in realtà inietta timori e paure, salvo poi alla fine trovare anche una soluzione, che, anche in comode rate (!), può farti sentire sicura, cioè la sicurezza è dunque qualcosa che “si compra“.

A tutto questo ha detto no la manifestazione che si è tenuta ieri a Roma: in Piazza Trilussa le donne e gli uomini del collettivo “Riprendiamoci la politica” si sono dati appuntamento per dire forte che la violenza avviene tra le mura di casa, che è proprio la casa spesso non è un posto sicuro per le donne.

Cosa avrebbe suggerito l’ottimo vademecum a S.? Di non uscire per strada da sola la notte ma di essere accompagnata, magari dallo stesso uomo che poi dentro casa la picchia?

Dove avrebbe potuto per il Sindaco sentirsi sicura S.?

S. ha passato le sue giornate dietro alle sbarre, con gli occhi lucidi, osservando la normalità delle vite altrui. S. guardava la vita degli altri scorrerle davanti agli occhi. La sua no, la sua rimaneva ferma lì, le sembrava che non si muovesse e si domandava “che cosa ho fatto? perché devo stare dietro le sbarre? perché devo starci io?”.

Eppure quella vita che a lei sembrava immobilizzata da quelle sbarre invece scorreva, ad un ritmo scandito dai suoi passaggi di consapevolezza, dal suo percorso verso la libertà di una vita senza violenza, dai provvedimenti del giudice, dagli atti delle sue avvocate, dalle deposizioni, dalle udienze, dalle denunce.

S. ha denunciato suo marito e quando denunci qualcuno con cui dividi il letto, poi è chiaro che a casa non ci puoi più tornare. In quella casa che dovrebbe essere il posto in cui più ti senti “al sicuro”, S. si sentiva invece profondamente insicura, anzi in pericolo. E così è andata via da casa sua, portandosi via solo una valigetta con poche cose: S. è dovuta scappare da casa sua per  proteggere se stessa e le sue figlie.

S. adesso è tornata al lavoro e le sue figlie sono tornate finalmente a scuola, S. può muoversi liberamente per la città, non passa più le sue giornate dietro le sbarre a domandarsi perché deve stare “come in prigione”: S. ha denunciato il marito violento e ora dietro le sbarre ci sta lui.

Nessun trionfo giustizialista a sottolineare questo, ma solo un’amara constatazione della sua inevitabilità, a volte: se il marito di S. fosse libero, S. sarebbe ancora costretta a nascondersi in un luogo protetto e sicuro per la paura di essere uccisa.

S. ha ripreso a vivere, ha trovato una casa e tra qualche giorno si trasferirà per iniziare una vita senza violenza, una vita finalmente “al sicuro”.

Se chiedi ad S. come mai ha trovato la forza di uscire dalla spirale della violenza, lei ti risponderà “perché ho trovato qualcuno che mi aiutava”.

Perché uscire dalla spirale della violenza è come camminare su un filo sospeso nel vuoto, è come camminare col passo incerto e sicuro dell’equilibrista che si avventura su una fune. E se sai che sotto di te c’è una rete di donne, di operatrici, di avvocate che ti protegge, che ti accoglie se cadi, che ti aiuta a rialzarti quando inciampi, se sai che quando senti di stare per cadere puoi allungare una mano e trovarne un’altra che ti stringe, beh allora camminare sulla fune diventa più semplice.

Finanziare i centri antiviolenza, evitare che siano costretti a chiudere, come accade al Centro di Viterbo, comprendere che il cambiamento è culturale, fare formazione, veicolare una diversa immagine della donna, una donna che cammina orgogliosa e libera per strada, una donna che siede sui banchi del Parlamento e nei Consigli d’Amministrazione, una donna che non sia banalmente ridotta al suo corpo. Ecco cosa si potrebbe e si dovrebbe fare per contrastare la violenza contro le donne. Altro che vademecum dal retrogusto medievale che ci consigliano di stare in casa, cioè nel posto in cui spesso siamo in pericolo.

Ma andatelo a raccontare al Sindaco di Roma tutto questo.

(Delt@ del 28 luglio 2011) Daniela Greco

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