DIRITTI UMANI. Per la vita di Sakineh
Pubblicato il 03 settembre 2010 da Redazione Delt@
(Roma) Sakineh Mohammadi Ashtiani è una donna iraniana di 43 anni, madre di due figli. Un tribunale islamico l’ha condannata nel 2006 alla pena di morte per adulterio e concorso in omicidio del marito, sentenza confermata nel 2007 dalla Corte suprema. L’accusa di avere avuto rapporti con due uomini fuori dal matrimonio e la sua complicità nella morte del marito è stata confermata da una sua confessione estortale dopo 99 frustate; qualche settimana fa Sakinet è stata costretta ancora, nel corso di un’intervista alla tv iraniana, a confermare le accuse rivoltele dopo due giorni di torture. L’esecuzione della sentenza per lapidazione è bloccata dal 2007, visti i dubbi di natura anche processuale. La lapidazione, lo ricordiamo, prevede che la donna sia sotterrata con la sola testa che fuoriesce dal terreno, le pietre devono essere appuntite e taglienti ma non pesanti, così da garantire una morte molto lenta.
In queste ore si moltiplicano le iniziative internazionali per fermare l’esecuzione. In Italia le forze politiche di maggioranza e opposizione si uniscono nella battaglia con appelli e iniziative in varie parti del Paese; numerosi enti locali hanno affisso l’immagine di Sakinet sulle pareti esterne delle sedi istituzionali.
Anche sulla facciata esterna di Palazzo Chigi compare il viso bello e severo della donna, per la cui vita si sta muovendo lo stesso Governo: “Da oggi, e fino a quando Sakineh non sarà salva e libera, il suo volto ci guarderà dal palazzo del governo italiano”, hanno dichiarato i ministri degli Esteri e delle Pari opportunità Franco Frattini e Mara Carfagna, che sollecitano “un’azione per mobilitare le coscienze e contribuire a salvare Sakineh da una sentenza brutale ed inaccettabile”. “Siamo tutte Sakineh, gli integralisti di Teheran non ci fanno paura”, è l’appello delle ministre Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Giorgia Meloni e Stefania Prestigiacomo, che compare in esclusiva sul prossimo numero del settimanale Anna.
Continua a raccogliere adesioni – l’ultima di Rita Levi Montalcini – Fiori e non pietre! l’appello lanciato dall’Agenzia di stampa Aki-ADNKRONOS International insieme a intellettuali arabe e iraniane per fermare la lapidazione.
L’avvocato di Sakineh, Mohammad Mostafaei (uno dei più noti avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani in Iran, dove negli ultimi anni ha assunto la difesa di 40 minorenni condannati a morte nel suo Paese ed è stato anche l’avvocato di Delara Darabi, impiccata per un presunto omicidio commesso quando era ancora minorenne), che dalla Norvegia, dove si è rifugiato lo scorso fine luglio per sfuggire al tentativo di arresto da parte del governo iraniano, ha aderito all’appello di Aki-Adnkronos International, è convinto che l’attenzione riservata al caso Sakineh dai governi dei Paesi stranieri, dai media, dalle televisioni e dai giornalisti, sia di fondamentale importanza perché sposta l’attenzione sulla difficile situazione delle donne iraniane”. Mostafaei dice di credere fermamente nell’innocenza di Sakineh, ”una persona buona, molto semplice, assolutamente non un pericolo per la società o per le altre persone, come invece l’hanno dipinta le autorità iraniane”.. E’ una donna come tante altre, ma che necessita dell’aiuto di tutti per continuare a vivere”.
All’appello di AKI ha aderito anche Franco Narducci, deputato Pd e vicepresidente della commissione Affari esteri, che ricorda come circa un anno fa il Parlamento iraniano ha approvato una norma secondo la quale la condanna alla lapidazione non sarebbe più stata applicata, rendendo possibile la conversione in altre forme di pena. “Una norma dimenticata – sottolinea Narducci- visto che attualmente, oltre a Sakineh, altre 10 donne e 3 uomini sono inattesa di esecuzione secondo il rito della lapidazione: una barbarie che l’umanità’ non può permettere per questo chiedo che il governo italiano si attivi attraverso tutti i canali diplomatici per impedire questo passo indietro nel cammino della civiltà, e che si avvii una mobilitazione generale della società civile e dei mezzi di comunicazione tale che il regime iraniano debba fare marcia indietro preoccupato delle ricadute negative sulla sua immagine nel mondo ed anche nei paesi con una forte presenza di cittadini mussulmani”.
Ad aspettarsi che il governo agisca con determinazione sul piano politico e diplomatico per promuovere in tutte le sedi internazionali, a cominciare dall’Unione Europea, un’iniziativa in grado di salvare questa vita, anche Rosi Bindi, ricordando che “L’Italia ha sottoscritto la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali, che prevede anche l’abolizione della pena di morte, pertanto – sottolinea – le nostre istituzioni sono tenute a battersi perché essa venga abolita anche in quei Paesi che non hanno sottoscritto la convenzione. A partire da Sakineh”, il cui dramma “ci ricorda una volta di più l’inaccettabile approccio dei regimi islamici ai diritti fondamentali e alle libertà delle persone e in particolare delle donne. Abbiamo l’obbligo morale – conclude Bindi – di sostenere chi lotta per la democrazia e per i diritti umani, inclusi i diritti delle donne. Nel nostro batterci per il diritto alla vita di Sakineh – come di tutte le donne e di tutti gli uomini – c’e’ anche questa assunzione di responsabilita’”.
Lo scorso 3 settembre, un centinaio di persone si sono riunite a Roma davanti alla sede dell’ambasciata dell’Iran. Una mobilitazione organizzata dai Verdi, senza bandiere di partito, con lo slogan Salviamo Sakineh, fermiamo le pietre che ha visto una simbolica donna-fantoccio, fittiziamente interrata a metà busto, con intorno pietre dipinte di rosso e mescolate a pallottole di carta, per ricordare la modalità crudele dell’esecuzione.
Gamal Bouchaib, presidente dell’organizzazione musulmana moderata, che ha partecipato alla manifestazione per dire “no al massacro, no al femminicidio, si’ alla liberta’, si’ alla democrazia”, è convinto che “Un regime che uccide pubblicamente le donne, che tortura e massacra gli omosessuali, impiccando perfino i ragazzini, che non mostra alcun rispetto per i diritti umani non puo’ piu’ essere tollerato”.
Anche la presidente dell’associazione donne democratiche iraniane, Shahrzad Sholeh, che ha partecipato all’iniziativa, afferma che la mobilitazione che si sta creando in queste ore non solo in Italia ma in tutto il mondo, “ha un valore molto importante, perché finalmente si sta comprendendo cosa accade in Iran, dove ci sono altre 14 donne che aspettano di essere lapidate, e altre donne che solo per aver manifestato pacificamente sono in carcere e stanno per essere impiccate. “La pressione internazionale e’ molto importante, ma la reazione del regime iraniano non si può prevedere. Questo regime, e noi lo abbiamo sempre denunciato, è un regime misogino: migliaia di donne sono in carcere, sotto tortura, ma lo stesso vanno avanti. Noi chiediamo appoggio per tutte queste donne”. ”Bisogna fermare la discriminazione contro le donne – aggiunge Karimi Davood, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani in Italia – oltre a Sakineh, ci sono migliaia di donne che sono state condannate dal regime e aspettano di morire. In Iran i diritti e doveri sono spaccati: i primi spettano agli uomini, i secondi alle donne”.
E mentre in Occidente prosegue la mobilitazione per Sakineh, altre due iraniane sono state appena condannate alla lapidazione per relazioni extraconiugali. Il 28 agosto la Corte suprema iraniana, infatti, come ha rivelato il Los Angeles Times nella sua edizione online, ha emesso una condanna all’esecuzione con la lapidazione nei confronti di Vali Janfeshani e Sariyeh Ebadi, recluse dal 2008 nella prigione centrale di Orumieh, nell’Iran occidentale, notizia evidentemente molto attendibile dato che a denunciare l’ennesima sentenza è stata la sezione iraniana di Human Rights Activists News Agency (Hrana), secondo la quale le sentenze sono state emesse al termine di un “processo vago e ambiguo” che ha impedito alle donne anche di scegliere un proprio avvocato.
Anche il mondo dello sport si mobilita per Sakineh: Francesco Totti, ben noto a tutto il pubblico iraniano, con l’intera squadra, ha aderito all’appello di AKI e i giocatori della Roma scenderanno in campo con una ideale fascia verde in segno di solidarietà.
Innumerevoli le dichiarazioni di singol*: per Margherita Boniver (Pdl), presidente del Comitato Schengen necessaria “maggiore pressione” sull’Iran, ricordando che “non basta indignarsi, bisogna mobilitarsi” e definendo “raccapriccianti le accuse del regime iraniano a Carla Bruni”, una delle prime figure pubbliche a impegnarsi per la sospensione dell’esecuzione. Fiamma Nirenstein, invece, reputa “paradossale” il fatto che l’Iran “lapidi le sue donne e al contempo sieda nella Commissione dell’Onu per la Condizione femminile” e rivolge il suo appello alle Nazioni Unite. Da Bruxelles, anche le parlamentari Ue Erminia Mazzoni e Roberta Agelilli (Pdl-Ppe) lanciano la loro protesta chiedendo di rafforzare l’embargo contro Teheran. Mentre Silvia Costa, Francesca Balzani, Rita Borsellino, Patrizia Toia, Debora Serracchiani della delegazione italiana del Pd al Parlamento europeo hanno lanciato l’iniziativa di una fiaccolata Una luce per la vita di Sakineh martedì 7 settembre alle 20 nella corte Louise Weiss del Parlamento europeo di Strasburgo.
A Strasburgo il Parlamento europeo dovrebbe approvare a giorni una risoluzione sul caso. Dopo aver aderito all’appello di AKI, la vicepresidente degli Eurodeputati, Roberta Angelilli, si é impegnata a far discutere l’aula in tempi stretti, per arrivare subito e “con la massima visibilità possibile” a una risoluzione che condanni Teheran. “Abbiamo deciso di mobilitare il Parlamento europeo per dare voce a una protesta, forse qualcosa di più, una vera e propria ribellione delle coscienze contro questa violazione dei diritti umani che noi consideriamo barbarica, inumana e crudele”, ha dichiarato Angelilli, spiegando che l’iniziativa è destinata non solo a richiamare l’attenzione dell’Italia e dell’Europa, ma anche a scuotere le coscienze in tutto il resto del mondo. “Il nostro scopo è scuotere l’opinione pubblica in Iran – dice – perché siamo sicuri che abbia bisogno di essere incoraggiata e sostenuta per ribellarsi a uno stato che viola diritti umani fondamentali”.
(Delt@ Anno VIII, n. 161 del 3 settembre 2010)



