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VIOLENZA. Essere donne in tempo di guerra, un documentario ONU

Pubblicato il 25 giugno 2009 da Redazione Delt@

(Roma) “Ci trovano nei campi mentre coltiviamo, ci trovano sulle sponde del fiume mentre prendiamo l’acqua, ci trovano nella foresta mentre raccogliamo la legna. Sono banditi, militari, ribelli, senza nome e senza volto. Abusano dei nostri corpi, si prendono le nostre anime, ci sventrano. Ci gettano via.”
Inizia con queste parole il documentario realizzato qualche anno fa da IRIN, il servizio di informazione e analisi umanitaria nato da un progetto dell’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, sul quale vale la pena richiamare l’attenzione, perché denuncia un problema che dovrebbe occupare costantemente l’attenzione pubblica e umanitaria: la piaga della violenza sessuale nelle zone dove sono presenti conflitti armati.
Gli abusi sessuali in tempo di guerra non sono un argomento nuovo. Ovunque, nel corso della storia, la violenza sul corpo femminile è stata impiegata come strumento di guerra (basti pensare che secondo la leggenda la storia di Roma comincia con uno stupro di massa!), come estensione della strategia militare, come mezzo per manifestare la forza dei vincitori ed umiliare il nemico e lo sconfitto. Non esiste guerra che non porti con sé la violazione dei diritti umani delle donne.
Dall’antichità ad oggi, ovunque nel mondo, lo stupro e la sua minaccia è impiegato come strumento di terrore, umiliazione, dominazione, annientamento e distruzione.
Ovunque ci sia un conflitto, donne e bambini sono costretti a convivere con un terrore, per noi inimmaginabile, che non risiede nella paura di morire sotto i colpi di un’arma da fuoco o per l’esplosione di una bomba, ma dalla continua minaccia di subire un abuso sessuale.
“Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la violenza di genere è responsabile di più
morti e disabilità, tra le donne tra i 15 e i 44 anni, che l’effetto combinato di cancro, malaria, il commercio, le lesioni e la guerra.”
Già nei primi minuti gli autori del documentario denunciano come, sebbene siano stati documentati stupri di massa in Bosnia, Rwanda, Liberia, Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, la violenza di genere non ha suscitato l’attenzione pubblica e umanitaria che le spetta. Il filmato si concentra sulla situazione delle donne in Congo, teatro di uno dei conflitti più sanguinosi in Africa e
attraverso la descrizione di questo tassello nel puzzle della violenza di genere, IRIN vuole dimostrare come gli abusi su donne e bambini durante i periodi di guerra distruggano il tessuto sociale di un Paese.
Le organizzazioni presenti nella RDC fanno del loro meglio per offrire aiuto e sopporto alle donne di questo Paese e i “governi ufficiali”, che dovrebbero prendere in mano la situazione e trovare soluzioni per contrastare gli abusi sessuali, sono troppo instabili al punto che fare giustizia per questo crimine è impossibile.
Lyn Lucy, nel 1995, ha dato vita, insieme al marito Jo Lusi, ad un ospedale nella città di Goma che,
con il supporto di UNICEF, è diventato un rifugio per donne stuprate, “in risposta alla fortissima richiesta di assistenza medica e psicologica da parte di donne abusate”.
Lyn spiega alle telecamere quanto sia radicata la cultura della violenza nella provincia in cui opera
e descrive la drammatica situazione delle donne che si rivolgono al suo ospedale. Molte di loro soffrono di un’incontinenza debilitante causata da una fistola, una ferita sulla parete tra il retto e la vagina, procurata da torture sessuali e da stupri di gruppo. La fistola non solo rende quasi impossibile alle donne camminare, ma l’odore che emana e l’umiliazione che suscita sono aspetti con cui è arduo convivere.
Nell’ospedale gestito da Lyn al loro arrivo le donne vengono immediatamente sottoposte ad analisi per individuare la presenza di malattie sessualmente trasmissibili. Le medicine che possono ridurre
il rischio di contrazione dell’HIV devono essere assunte entro 72 ore dal rapporto sessuale, ma molto spesso le donne che si rivolgono al centro hanno dovuto camminare per quattro giorni e arrivano quando ormai è troppo tardi.
Lyn non risparmia nulla nella descrizione dello stato delle donne abusate, fino a raccontare il caso che l’ha più impressionata: una giovane donna aggredita nella sua casa da più uomini che, dopo aver brutalmente abusato di lei l’hanno accecata affinché non potesse riconoscerli.
Al rifugio per donne di Goma viene fatto il possibile per aiutare le donne non solo da un punto di vista medico ma anche psicologico, ma per la maggior parte delle pazienti un ritorno alla vita normale non sarà mai possibile. La violenza di cui sono state vittime non solo ha provocato in loro una ferita non rimarginabile, ma le ha esposte al rigetto dei loro mariti e della loro famiglia, aggravando la loro tragedia personale con una condanna alla povertà e all’isolamento.
Ad aggravare la situazione c’è la completa assenza delle forze politiche. Il Governatore di Goma incolpa le milizie del Rwanda e non dimostra un reale interesse alla piaga degli abusi sessuali che affligge la sua regione. In questa zona il crimine della violenza sulle donne è quanto mai impunito; non esiste nessun sistema di controllo e chiunque si sente autorizzato a perpetrare qualsiasi atto di violenza, perfino contro i bambini e le bambine. Proprio il tasso di violenza nei confronti di quest’ultimi sta aumentando vorticosamente ed è scioccante il racconto di una madre che mentre veniva stuprata da un militare ha dovuto assistere anche alla violenza su sua figlia.
Secondo le statistiche pubblicate nello stesso anno di uscita del documentario (2004) l’83% delle violenze sessuali nella regione di Goma è stato commesso da parte di militari e sebbene gli ufficiali
ammettano che l’alto tasso di abusi sessuali sia causato proprio da quest’ultimi, allontanano da sé il problema, sostenendo che gli abusi avvengono fuori dalle città, dove è più difficile esercitare un controllo.
La cultura dell’impunità in Congo ha reso la giustizia nei confronti delle donne praticamente inesistente. Anche per questo è fondamentale che i media non abbassino mai lo sguardo sulle violenze e le brutalità a cui le donne sono sistematicamente esposte soprattutto là dove la guerra, la violenza radicata, il profondo disagio sociale e l’assenza di un governo responsabile rendono gli abusi sulle donne un fatto scontato. Il dramma degli stupri nei paesi di guerra ha suscitato un’attenzione troppo debole rispetto a quella richiesta e soprattutto non costante, con conseguenze destabilizzanti anche dal punto di vista dei finanziamenti fluttuanti.
(Delt@ Anno VII, N. 136 del 25 giugno 2009) Carla Fronteddu

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