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SALUTE. Di anoressia si continua a morire…

Pubblicato il 02 gennaio 2011 da Redazione Delt@

(Roma) Ha destato tristezza in questi giorni di festa e profonda commozione la morte  di Isabelle Caro, la modella francese anoressica, divenuta famosa anche in Italia per la  discussa campagna contro la malattia fatta da Oliviero Toscani nel 2007,  criticata per la crudezza delle foto al punto che il giurì ne aveva vietato la diffusione.

Isabelle si è spenta a soli 28 anni il 17 novembre scorso a Tokyo, ma la notizia della sua morte è stata diffusa il 29 dicembre scorso. Una vita d’inferno la sua,  e più volte era sfuggita  alla morte, come nel 2005 quando era arrivata a pesare 25 chili. Da allora aveva fatto dell’anoressia la sua battaglia personale affermando che bisognava “smetterla di sacralizzare la magrezza”. “Le foto delle modelle – ripeteva Isabelle – sono ritoccate quindi si tratta di una menzogna che entra dentro la testa delle donne”.

Fabiola De Clercq, ex ragazza anoressica e oggi presidente e fondatrice dell’Aba, Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia (www.bulimianoressia.it), la bulimia, l’obesita’ e i disordini alimentari, che aveva conosciuto la modella, la ricorda come una persona con profondo disagio, che “aveva cercato nell’anoressia una sorta di ‘cura’, una forma di controllo su una vita che non controllava affatto. Mi aveva raccontato che in Francia non aveva più trovato psichiatri disposti ad averla in cura, ma non mi pareva che lei avesse interesse nel farsi curare, non le interessava molto vivere”. “La sua anoressia – prosegue De Clercq – è l’incarnazione di un disagio familiare che aveva radici profonde. In occasione di quell’incontro – ricorda ancora la presidente dell’Aba – aveva raccontato che sua madre non voleva le crescessero i piedi, e da bambina la obbligava a indossare scarpe ormai strette, rifiutandosi di vederla crescere”. De Clercq si dice “non sorpresa” dalla notizia della morte di Caro, “perché già all’epoca della campagna di Toscani – afferma – aveva bisogno di essere ricoverata in un reparto di terapia intensiva per le sue condizioni fisiche. Eppure il suo corpo veniva esibito e sfruttato, e lo è stato fino all’ultimo dagli agenti che le ronzavano attorno. La sua morte “potrebbe essere un appiglio per chi oggi fa i conti con l’anoressia, ma per esserlo dovrebbe esserci una struttura di base più solida, priva di psicosi. Per una ragazza anoressica – continua la presidente dell’Aba – è difficilissimo uscire dal tunnel, e anche una notizia drammatica come questa è destinata in molti casi a finire nel dimenticatoio. In tante penseranno ‘a me tanto non accadrà’ e continueranno imperterrite nel loro digiuno. Ma di anoressia si muore – conclude De Clercq – questa è solo una triste prova destinata a fare almeno un po’ di rumore”.

“L’anoressia resta la malattia psichiatrica a più alta mortalità e non va affrontata con superficialità” commenta Stefano Vicari, responsabile della Neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù’ e coordinatore scientifico del progetto contro i disturbi del comportamento alimentare sostenuto dal ministero della Gioventù. “I dati in nostro possesso rivelano che si abbassa sempre di più l’età’ di esordio dell’anoressia – spiega Vicari – Oggi vediamo bambine anoressiche anche sotto i dieci anni. E sono sempre più numerosi i maschi che sviluppano il rifiuto verso il cibo alla ricerca di un corpo sempre più sottile”. E’ necessario mettere in atto strategie per prevenire o fronteggiare tempestivamente queste situazioni che, se non affrontate con la dovuta attenzione, possono portare a danni permanenti per la salute o, come nel caso di Isabelle Caro, alla morte. Le malattie psichiatriche hanno una base biologica, ma il contesto ambientale o gli stimoli emotivi possono, infatti, contribuire al loro manifestarsi. “Le azioni messe in campo dalle istituzioni – prosegue Vicari – si stanno rivelando efficaci, soprattutto per quanto riguarda la percezione dei canoni di normalità del corpo da parte delle giovani generazioni. Le iniziative di prevenzione, in rete come nella scuola ma anche nei concorsi di bellezza, sono tese a stimolare il rifiuto di modelli estetici imposti da mode che con il benessere della persona non hanno alcun punto in comune. Il nostro sforzo quotidiano, anche con strumenti come www.tupuoi.org, è di diffondere la cultura del benessere in opposizione ai messaggi negativi e dannosi che trovano tra i ragazzi e le ragazze tanto riscontro e seguito, soprattutto sul web”.

(Delt@ Anno Anno IX, n. 1 del 3 gennaio 2011)

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