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PARI OPPORTUNITA’. In Svezia passa attraverso gli uomini. Politiche e benefici a supporto del congedo parentale

Pubblicato il 13 giugno 2010 da Redazione Delt@

(Spoland) Mikael Karlsson possiede un gatto delle nevi, due cani da caccia e cinque fucili. Nel suo tempo libero, questo guardiacaccia, soldato-per-gioco, caccia alci e scambia consigli sull’educazione all’uso del vasino con altri papà. Con il piccolo Siri – 2 mesi – in braccio, non riesce a immaginarsi senza il congedo di paternità. “Tutti lo chiedono”.

Dalla modaiola Stoccolma a questo villaggio nella rocciosa foresta a sud del Circolo Artico, l’85% dei padri svedesi vanno in congedo parentale. Quelli che non lo fanno sono messi in discussione da familiari, amici e colleghi. Mentre gli altri paesi sono ancora alle prese con il congedo di maternità e i diritti delle donne, la Svezia potrebbe fornirci un’occhiata al futuro.

Nella terra delle tradizioni vichinghe, gli uomini sono al centro del dibattito sull’uguaglianza di genere. Il ministro delle finanze di centro-destra, che porta i capelli raccolti in una coda di cavallo, si definisce femminista, le pubblicità per i prodotti per la pulizia della casa raramente ritraggono donne casalinghe, e negli asili si controllano minuziosamente i libri a caccia di eventuali stereotipi di genere negli animaletti protagonisti. Per quasi quattro decenni, i governi di tutti i colori politici hanno legiferato per dare alle donne pari diritti al lavoro e agli uomini pari diritti in casa. Le mamme svedesi prendono ancora congedi per stare con i figli, circa quattro volte in più degli uomini. E alcune, che pensavano di volere l’aiuto dei loro uomini per crescere i figli, ora si ritrovano a desiderare più tempo per stare in casa. Ma le leggi che riservano almeno due mesi del congedo retribuito di 13 mesi esclusivamente ai papà – una quota che potrebbe raddoppiare dopo le elezioni di settembre – hanno apportato un cambiamento sociale profondo nella società svedese.

Le aziende ora si aspettano che dipendenti di entrambi i sessi prendano il congedo parentale e, non per questo, penalizzano i padri nelle promozioni. I salari delle donne ne beneficiano e al cambiamento del ruolo paterno è attribuito una parte di merito nella diminuzione dei divorzi e nell’aumento degli affidamenti congiunti.

In quello che potrebbe essere l’esempio più rilevante di un caso d’ingegneria sociale, sta emergendo una nuova definizione di mascolinità. “Molti uomini non vogliono più essere identificati solo con il lavoro”, ha detto Bengt Westerberg, contrario alle quote per lungo tempo ma, con l’incarico di vice primo ministro, responsabile dell’istituzione di un primo mese di congedo di paternità nel 1995. “Molte donne ora si aspettano che i mariti prendano almeno un po’ di tempo per stare con i figli”.

Birgitta Ohlsson, ministra per gli affari esteri, la mette in questo modo: “I macho con valori preistorici non entrano più nelle top 10 degli uomini più attraenti nelle riviste femminili”. Ohlsson, che ha perorato la causa dei padri presso i governi dell’Unione Europea, è incinta di otto mesi; suo marito, professore di giurisprudenza, prenderà il congedo alla nascita del loro bambino. “Ora gli uomini possono avere tutto, una carriera di successo ed essere padri responsabili – ha aggiunto – E’ una nuova mascolinità, più completa”.

A Spoland, Sofia Karlsson, ufficiale di polizia e moglie di Mikael Karlsson, ha raccontato di trovare il marito più attraente “quando è nella foresta con il suo fucile in spalla e il bambino nello zaino”. In questo nuovo mondo, certe donne si lamentano, trovando gli uomini svedesi troppo politicamente corretti, anche quando flirtano al bar. E alcuni uomini ammettono qualche occasionale problemino d’insicurezza. “Ma se fossi su un’isola deserta con lei e Tarzan, spererei che lei scegliesse ugualmente me”.

Nel 1974, quando la Svezia divenne il primo paese a sostituire il congedo di maternità con quello parentale, i pochi uomini che ne usufruivano, erano soprannominati “papà di velluto”. Nonostante le campagne governative – tra cui una con protagonista un campione di sollevamento pesi con un bebè appollaiato sul bicipite – la percentuale di padri in congedo stagnava al 6% nel 1991, anno in cui Westerberg entrò al governo. La Svezia aveva già percorso molta più strada della gran parte dei paesi nel sostenere le madri lavoratrici: i bambini avevano accesso a nidi pubblici dall’età di 12 mesi e i nonni potevano usufruire di servizi statali per gli anziani. Il genitore in congedo beneficiava di un salario pressoché intero per un anno, prima di fare ritorno al proprio posto di lavoro garantito, e entrambi i genitori potevano lavorare sei ore al giorno fino al raggiungimento dell’età scolare dei bambini. I tassi di occupazione femminile e quelli di natalità avevano raggiunto i picchi più elevati del mondo sviluppato.

“Ho sempre pensato che se avessimo reso più facile per le donne lavorare, le famiglie avrebbero autonomamente optato per una più equa divisione del congedo,” ha affermato Westerberg, ora 67enne. “Ma mi sono gradualmente convinto che non avevamo molta scelta”. La Svezia era in un circolo vizioso. Le donne continuavano a prender il congedo parentale, non solo per tradizione, ma anche perché i loro stipendi erano spesso più bassi, contribuendo così a perpetuare le differenze salariali. Le aziende, intanto, dicevano chiaramente agli uomini che stare a casa con i figli era incompatibile con la carriera.

“La società è lo specchio della famiglia”, secondo Westerberg. “L’unico modo per raggiungere l’uguaglianza nella società è di raggiungere l’uguaglianza in casa. Portare i padri a condividere il congedo parentale costituisce una parte essenziale di ciò”.

L’introduzione del congedo per papà nel 1995 ebbe un impatto immediato. Nessun padre era costretto a rimanere a casa, ma la famiglia perdeva un mese di sussidio se non lo faceva. Di lì a poco, otto uomini su dieci usufruivano del congedo. L’aggiunta di un ulteriore mese di congedo paterno non trasferibile nel 2002 ha aumentato solo marginalmente il numero di uomini che vanno in “paternità”, ma ha più che raddoppiato la durata dei congedi.

Ovviamente gli incentivi statali sono stati un incentivo determinante, un argomento forte per datori di lavoro riluttanti.

Tra i lavoratori autonomi e nelle comunità rurali e migranti, gli uomini sono meno inclini a usufruire del congedo, secondo Nalin Pegkul, presidenta della federazione femminile del Partito Social Democratico. Nel sobborgo di Stoccolma in cui vive, caratterizzato da una folta presenza d’immigrati, i ruoli di genere rimangono per lo più intatti. 

Ciononostante i mesi paterni hanno lasciato il loro segno. Uno studio pubblicato a marzo dall’Istituto Svedese per la Valutazione delle Politiche del Lavoro ha evidenziato, ad esempio, che lo stipendio futuro di una mamma cresce di media del 7% per ogni mese di congedo paterno.

Tra i laureati, un numero crescente di coppie divide i mesi di congedo in maniera uguale; alcuni si alternano ogni qualche mese per evitare che uno dei genitori assuma un ruolo dominante – o di mancare dal lavoro troppo a lungo. Più importante è il ruolo professionale della donna, più sono le possibilità che faccia scelte di carriera simili a quelle di un uomo: pochi dirigenti vanno in congedo, ma lo stesso vale per le dirigenti donne.

I genitori possono utilizzare i 390 giorni di congedo retribuito come vogliono entro l’ottavo anno di vita del bambino – mensilmente, settimanalmente, quotidianamente, perfino ad ore – una flessibilità che ben si adatta alle esigenze delle piccole aziende private.

Mentre la Svezia, con 9 milioni di abitanti, negli anni 60, prese la decisione strategica d’immettere più donne nel mercato del lavoro, altri paesi portarono forza lavoro dall’estero. Con il declino delle nascite in Europa e la minaccia di penuria di manodopera, vari paesi hanno studiato il modello svedese, sostiene Peter Moss, esperto di politiche di congedo dell’Istituto di Educazione dell’Università di Londra.

Gli Stati Uniti – con una pressione fiscale meno accentuata e la tradizionale reticenza dello stato a immischiarsi in faccende familiari – non è tra questi paesi. Il Portogallo è l’unico paese in cui il congedo di paternità è obbligatorio, ma solo per una settimana. L’Islanda è probabilmente il paese che è andato più avanti, riservando tre mesi ciascuno ai due genitori e altri tre mesi da poter dividere liberamente.

Il trend non è limitato ai paesi più piccoli. La Germania, con quasi 82 milioni di abitanti, nel 2007 ha messo a punto il modello svedese, destinando due dei 14 mesi di congedo retribuito ai papà. In due anni, il numero di padri che hanno richiesto il congedo è balzato da tre a oltre il 20%.

“Questo è stato un segnale di un cambiamento significativo,” sostiene Kimberly Morgan, professora alla  George Washington University ed esperta di congedo parentale. Se la Germania può, “può la maggior parte dei paesi”.

Se i Social Democratici, come da previsioni, vinceranno le elezioni svedesi il 19 settembre prossimo, raddoppieranno il congedo non trasferibile di ciascun genitore a quattro mesi, ha dichiarato Mona Sahlin, leader del partito, che diventerebbe la prima donna premier svedese. Sahlin, che ha avuto tre figli durante la carriera parlamentare condividendo il congedo con il marito, sa che tale misura non sarà necessariamente popolare. “A volte i politici devono andare oltre l’opinione pubblica”, ha affermato, ricordando la scarsa popolarità del primo congedo paterno.

Le meno entusiaste sono, in effetti, le mamme. In un sondaggio del 2003 dell’Agenzia per la Previdenza Sociale, il motivo per mancato congedo parentale più citato, dopo quello economico, è la preferenza della mamma, secondo Ann-Zofie Duvander, sociologa dell’Università di Stoccolma, con l’agenzia ai tempi del sondaggio.

Ann-Marie Prhat, della confederazione svedese dei lavoratori professionali (TCO), ha raccontato di essere stata determinata nel condividere il congedo con il marito. Dopo molte discussioni “abbiamo praticamente firmato un contratto, sei mesi a me e sei a lui”. Dopo cinque mesi di maternità, godendosi il tempo col figlio, chiese al marito di poter rimanere a casa altri due mesi. “Alla fine, ho spuntato un altro mese extra”.

Otto padri su 10 usufruiscono di un terzo dei 13 mesi di congedo, e un altro 9% prende il 40% del totale o di più, il tutto per un aumento totale del numero di papà in congedo del 4% rispetto a 10 anni fa.

Le cifre sono più considerevoli nei centri urbani, come Stoccolma, ma alcune sorprese ci sono. Grazie alla diffusione delle campagne governative, la contea settentrionale di Vasterbotton, dove vivono i Karlssons, ha più volte raggiunto la cima della classifica dei congedi paterni medi che la TCO pubblica ogni anno.

Per Carlos Rojas, 27 anni, imprenditore svedese-spagnolo che gestisce uno dei molti gruppi di padri a favore di un congedo paterno più lungo, quanto raggiunto non è sufficiente. I suoi gemelli di due anni, Julian e Mateo, lo chiamano “mama”. Rojas e la sua ex-moglie hanno condiviso il congedo alternando giorni a casa e giorni al lavoro. I padri a casa sono “ancora spesso genitori di serie B” perché le mamme di solito stanno a casa per prime e stabiliscono la routine. “Quanti papà tagliano le unghie ai figli?”, si chiede. “So che lo farà lei e quindi non m’interesso. Dobbiamo andare oltre quest’atteggiamento, se vogliamo condividere le responsabilità”.

A Sodermalm, l’isola trendy a sud di Stoccolma, i tempi del congedo di due mesi sono già un ricordo. Gli uomini girano per i parchi con i passeggini, chiacchierano nei bar, riempiono i supermercati e pesano i bambini negli ambulatori pediatrici walk-in.

Claes Boklund, 35enne web designer, nei suoi 10 mesi di congedo con il figlioletto Harry di 19 mesi, ammette di essersi spaventato all’inizio: il bimbo, la cucina, le pulizie, le notti insonni. Dopo sei mesi, dice, si sente tranquillo con Harry (e gli taglia le unghie). “E’ più difficile e facile di quanto si pensi”.

La comprensione di cosa voglia dire stare in casa con un figlio potrebbe spiegare il calo della percentuale di divorzi e separazioni dal 1995, in un periodo storico in cui è generalmente in aumento. Nel caso di separazioni e divorzi, sono aumentati gli affidamenti congiunti.

Fredrik and Cecilia Friberg hanno preso entrambi il part-time poco dopo la nascita della figlia Ylva. Lui lavora lunedì, mercoledì e venerdì alterni, lei tutti gli altri giorni. Il fatto che sia entrambi dipendenti pubblici aiuta. “Volevo esserci dall’inizio. Ogni settimana c’è qualche novità e non voglio perdermi nulla,” ha affermato Fredrik. Ogni tanto riemergono tradizioni e preconcetti. “Io ricevo complimenti per l’aiuto che do in casa, Cecilia invece non riceve alcuna gratitudine”.

Alcuni, tuttavia, temono la minaccia di una crisi d’identità di genere, se entrambi i genitori lavorano e stanno in casa con i figli. La mascolinità è schiacciata, secondo Ingemar Gens, scrittore e consulente di genere.

Così come il contribuente svedese. Le imposte costituiscono il 47% del prodotto interno lordo, rispetto alla media europea del 40%. Il settore pubblico, famoso per i benefici familiari, occupa un terzo della forza lavoro, compresa la metà di quella femminile. I benefici familiari costano il 3.3% del PIL, il più alto nel mondo insieme con quello di Danimarca e Francia, secondo Willem Adema, economista dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo.

Ciononostante, la Svezia appare in buona forma: al 2.1% e 40% del PIL rispettivamente, il deficit pubblico e i livelli d’indebitamento sono una frazione di quelli di gran parte dei paesi sviluppati, a testimonianza di una gestione fiscale nata da una crisi finanziaria e dalla recessione degli anni 90. Grande produttività e consenso politico fanno funzionare il sistema.

“Ci sono poche lamentele rilevanti”, secondo Linda Hass, professora di Sociologia all’Università di Goteborg. Con il nido garantito a $150 dollari mensili al massimo e un congedo all’80% dello stipendio, la “gente si sente di ricevere servizi che valgono le tasse pagate”.

Le aziende sono meno contente, con imposte sui salari e donne e uomini che prendono congedi senza schemi fissi. Ci sono racconti di uomini scoraggiati dal congedo, anche se oramai un tale atteggiamento non è più di moda. Boklund, ad esempio, dice che il suo ufficio non era contento della lunga assenza.

Bodil Sonesson Gallon, reponsabile delle vendite presso un’azienda tecnologia, ammette che il congedo parentale può essere disruttivo per la carriera e per le aziende. Con il nido che inizia dai 12 mesi del bambino e poca assistenza alternativa, i genitori si sentono pressati a prendere almeno un anno di congedo.

Le piccole aziende hanno difficoltà a gestire le assenze, dice Sofia Bergstrom, della Confederazione delle Imprese Svedesi che rappresenta 60.000 imprese. Peggio ancora del congedo, sono i 120 di assenza per malattia dei figli che i genitori hanno a disposizione in un anno, che sono impossibile da pianificare e di cui c’è il sospetto che si abusi.

“L’aspetto chiave per l’azienda è pianificare per tempo,” ha detto Bergstrom.

Ma a conferma del fatto che il cambiamento culturale più ampio ha oramai una dinamica propria, uno studio di Hass e Philip Hwang dell’università di Goteborg, mostra che il 41% delle aziende – rispetto al misero 2% nel 1993 – ha formalmente deciso nel 2006 di incoraggiare i propri dipendenti a prendere il congedo paterno.

Alcuni manager provano a ottimizzare l’apertura di posizioni a breve termine per testare potenziali candidati. Altri dicono che pianificare assenze più lunghe è più facile e incoraggiano i padri a prendere sei mesi anziché tre. Un sistema di orario lavorativo flessile si è instaurato. Anche i senior manager escono dal lavoro alle 16:30 per andare a prendere i figli a scuola; in cambio, devono loggarsi sul computer di casa la sera. Un numero crescente di datori di lavoro aggiunge per vari mesi una quota extra al contributo statale per portare l’indennità di congedo al 90% dello stipendio effettivo.

Per molte aziende, offrire una modalità di lavoro vicina alle esigenze della famiglia è diventata la nuova strategia di attrarre talenti. “Un tempo i laureati guardavano agli stipendi alti. Ora vogliono conciliare il lavoro con la vita personale”, ha detto Goran Henrikkson, capo delle risorse umane della sede svedese di Ericsson, gigante dei cellulari, dove il 28% delle dipendenti e il 24% dei dipendenti sono andati in congedo lo scorso anno. “Dobbiamo adattarci.”

(Delt@ Anno VIII, n. 125  del 14 giugno 2010)   (Fonte: New York Times) Clara Park

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