MGF: un tema che interroga tutte
Pubblicato il 29 novembre 2009 da redazione
(Roma) Tra i tanti meriti del progetto Corpi consapevoli. Mgf e integrazione nello stato di diritto (vedi notizia sopra), uno in particolare ci tocca tutte e tutti e dovrebbe farci riflettere: prima di giudicare quello che succede in un contesto culturale e politico differente dal nostro, noi occidentali dovremmo sempre prima partire dal nostro vissuto, da quello che riguarda la nostra cultura, abbandonando la presunzione di essere le uniche persone libere. Soprattutto noi donne dovremmo trovare un nuovo terreno di dialogo tra noi, mettendo a nudo quelle che sono le nostre resistenze, le nostre difficoltà. Solo allora possiamo fare un passo successivo ed entrare in rapporto con donne portatrici di culture differenti.
Conferma Oria Gargano, presidente di BE free – Cooperativa Sociale contro Tratta, Violenza e Discriminazioni – partner del progetto, che, dichiara “ci ha fatto crescere molto questo progetto, abbiamo avuto un partenariato molto ampio ma credo nelle discussioni comuni nelle quali spesso non c’era un punto di partenza simile, sono state realizzate forme di comunicazione profonda ed anche con noi stesse, perché il tema della Mgf è un tema che comunque ci interroga. Sicuramente quando parliamo di tratta, di violenza, di discriminazioni, noi che a BE Free lavoriamo per il contrasto di questi fenomeni da così tanti anni, ci muoviamo comunque in un campo che conosciamo. Le MGF ci hanno comunque portate a riflettere su altri aspetti, che sicuramente è bene tenere dentro di noi. Il documentario realizzato da DonnaTv nell’ambito del progetto, ci ha dato uno spaccato della complessità che bisogna assumere quando si parla della pratica, ma poi nel libro abbiamo visto più che altro il nostro atteggiamento occidentale rispetto alla stessa, declinato nelle tante sue forme. Ed è questo il punto da sviluppare, su cui continuare a lavorare, a riflettere, capire quanto portiamo della nostra abitudine, dell’egemonia culturale, all’interno di processi che non ci riguardano, ma che poi ci riguardano. Come? Naturalmente è provocatorio, ma personalmente aderisco a quello che ha scritto nel libro Federica Ruggero circa il razzismo, che connota moltissimi nostri interventi. Nelle interviste realizzate (riproposte integralmente anche in uno dei due video realizzati), poi, abbiamo potuto toccare con mano con quanta difficoltà le donne che vengono dai paesi interessati dalla pratica ne parlano. C’è un motivo per cui ci percepiscono come intruse, ci vedono aggressive…”.
A riprova di quanto afferma Gargano, d’altra parte basta guardare a quanto successo nei giorni scorsi. Ci riferiamo alla vicenda Santanchè, che, con totale mancanza di rispetto per una comunità che stava festeggiando una ricorrenza importante, ergendosi a paladina dei diritti delle donne immigrate, nella convinzione di essere dalla parte delle musulmane si è sentita in dovere di far capire loro che il velo è una costrizione, e che, insomma, la cultura degli immigrati non mette al centro i diritti delle donne .
Un modo sbagliato di affrontare la questione, perché aggressivo e di condanna, poi – afferma Gargano – “non ci meravigliamo se ci vedono non corrette, e spesso è così, anche contro la nostra sincera volontà. Con il mio lavoro sono abituata a vedere atteggiamenti nei confronti delle donne vittime di violenza permeati di buonismo, di assistenzialismo, e che però sottolineano l’alterità tra “me” che sono una donna con una magnifica situazione, e l’”altra”, “poveretta”, che hai il marito cattivo. Un meccanismo che si ripropone anche rispetto al tema oggetto del nostro progetto”.
“Questo è un aspetto. L’altro, è la riflessione sui corpi. Una riflessione urgentissima nel movimento delle donne, – sottolinea la presidente di BE Free – perché io non voglio parlare soltanto del corpo infibulato, o del corpo con l’escissione. Voglio parlare anche del mio di corpo, di quello di mia figlia, di quello delle mie amiche. Voglio che si parli di un corpo che mai come ora è stato decrerebralizzato, sconvolto, anche con il consenso di molte donne. E’ questa è la nota dolente. Chiediamoci perché oggi molte occidentali sentono il bisogno di praticare sul proprio corpo interventi chirurgici anche in zone intime come l’area genitale? Perché questo accanimento nell’inseguire questo volere apparire esteticamente perfette, dove forse non c’è più neanche tanto nesso con la desiderabilità rispetto al maschile. C’è proprio un problema di identità e di auto rappresentazione. Sta succedendo qualcosa anche da noi, ed è per questo che “sinceramente” penso che ci possiamo rapportare a questo problema delle Mgf in maniera pulita, cercando di capirne la collocazione nelle culture dei Paesi nei quali vengono praticate, senza parlare come fanno in tanti/e di “barbarie”. “Finchè continuiamo a pensare che quelli sono i paesi della barbarie, omettendo di ricordare che in quelli storicamente a più larga prevalenza della pratica, le donne hanno acquisito posizioni di preminenza in molti consessi politici, come è accaduto in Namibia, dove la percentuale di donne elette nei consigli municipali è del 41%, in Mozambico, nel parlamento è del 35%, del 30% in quelli di Burundi, Tanzania, la stessa Namibia, per non parlare del Rwanda, dove le donne rappresentano il 49% degli eletti… Altro che erigerci a paladine della democrazia, della libertà delle donne, quelle senza macchia… Noi una presidente come Ellen Johnson (Liberia) non l’avremo mai.
Come dimenticare poi donne magnifiche come Berhane Ras – Work, Executive Director di Inter African Committee, che in occasione della Conferenza Europea a Bruxelles“Joint action of Member State against Harmful Traditional Practices, che ha chiesto alle madri immigrate in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda… perché fanno le mgf alle loro figlie più che nei loro paesi d’origine. Il perché è presto spiegato: non sentendosi accolte nei paesi dove vivono e lavorano, sapendo che un giorno rientreranno nel loro Paese le spingono a rispettare le loro tradizioni, e quindi vogliono che le loro figlie siano accettate, perché non dimentichiamo che una ragazza non infibulata, non escissa, in certi villaggi è considerata impura, viene emarginata, non si sposa, e sappiamo che per molte il matrimonio è l’unica strada. Fatto quest’ultimo, che non ci possiamo permettere di criticare, perché da noi lo è stato per molti secoli e tutt’ora lo è in qualche maniera…”.
Uno dei prodotti del progetto è l’opuscolo che, oltre a contenere le descrizioni sulle Mgf, offre un’esauriente informazione sulla legislazione italiana in materia, e su quella europea (Italia, Olanda, Francia, Regno Unito, Austria) ed extra – europea. In Italia, la legge che vieta le mgf è del 2006. Chiediamo a Gargano se in questi anni, la legge ha prodotto risultati concreti, insomma se ha inciso nel portare allo scoperto casi puniti legalmente come è già successo in Francia o in Olanda (a proposito di quest’ultimo Paese, dove molti dei casi restano sconosciuti perchè avvengono in famiglia, senza che nessuno possa sporgere denuncia, si è avuto notizia in questi giorni che un marocchino arrestato un anno fa e condannato inizialmente a sei anni per aver inflitto alla figlia gravi mutilazioni, si è visto ridotto la pena a tre mesi e solo per aver picchiato la figlia, perché i giudici non hanno ritenuto sufficienti le dichiarazioni di madre e figlia, considerando inoltre che la pratica non è in uso in Marocco).
“A differenza della Francia – risponde Gargano – dove è noto soprattutto il caso di Hawa Gréou, una donna del Mali condannata a cinque anni di carcere perché nelle banlieux parigine praticava le mgf a molte bambine (la donna poi, dopo aver riflettuto, nel periodo trascorso in carcere e soprattutto dopo aver scoperto che il Corano non parla in nessuna parte delle mgf né le prescrive, pentita ha scritto il libro Exciseux), da noi non si hanno notizie di casi simili, che sicuramente ci saranno, ma le donne che abbiamo conosciuto ci hanno tutte raccontato che l’intervento sulle bambine lo fanno tutte nei paesi d’origine, quando tornano e questo avviene ogni cinque o sei anni per motivi economici, quando la bambina è pronta, anche a pochi mesi e questo dipende dalla cultura d’appartenenza”.
Nel libro una delle intervistate, Thema, racconta di quando ha sottoposto la figlia maggiore alla pratica nel suo Paese d’origine, in Burkina Faso, e di come il marito, oggi perfettamente integrato, con un lavoro stabile, l’abbia rimproverata per questo, accusandola: Perché? Siamo venuti qua, qua non ce n’è bisogno. Insomma, gli fa capire, viviamo qui e magari sposerà uno di qui… come poi è successo. E così Thema non ha “tagliato” la figlia piccola. Tutto questo per fare un’ultima riflessione: coinvolgere gli uomini – anche se l’impresa è ardua a dir poco – sentire la loro, capire se vogliono davvero che le loro future mogli siano sottoposte alle Mgf.
(Delt@ Anno VII, N 176 del 30 settembre 2009)
MGF. Non chiamatele modificazioni… Tante in questo mese le iniziative
(Roma) Mutilazioni genitali femminili: un argomento che dopo la Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne alla Farnesina, i primi di settembre (criticata da gran parte del movimento delle donne, che ha parlato di “mancata analisi dei rapporti di genere, e di aver impedito che il movimento delle donne fosse minimamente rappresentato”), ha trovato spazio anche nell’annuale Assemblea Generale dell’Onu, che si è chiusa una settimana fa, con la richiesta, da parte dell’Italia, che l’Onu approvi entro un anno una risoluzione che incida nella direzione dell’eradicazione della pratica, non solo ancora largamente diffusa soprattutto nei Paesi africani, ma nella stessa Europa, dove i vari stati, singolarmente, tentano di osteggiare, combattere, vietare – con scarsi risultati finora – un fenomeno che è principalmente culturale e che è ormai praticato da anni nelle comunità immigrate di tutto il mondo, Italia compresa, dove, stima una recente indagine del Governo, vivrebbero 35mila, tra donne e bambine che hanno subito una dei 4 tipi di Mgf (1: escissione del prepuzio con o senza escissione da parte della clitoride o della clitoride intera; 2: escissione della clitoride con l’escissione parziale o totale delle piccole labbra; 3. Escissione parziale o completa dei genitali esterni e cucitura/restringimento dell’apertura vaginale (infibulazione); 4: tutte le altre operazioni sui genitali inclusi: puntura, foratura, tiraggio e/o incisione della clitoride e/o delle labbra; cauterizzazione bruciando la clitoride e il tessuto circostante; incisione della parete vaginale; raschiamento (taglio detto angurya) o taglio della vagina e del tessuto circostante (taglio detto gishiri); introduzione di sostanze corrosive o erbe nella vagina per provocare emorragia o contrazione o restringimento; ogni altra procedura che può ricadere nella definizione di MGF già data.
In questo mese di settembre, a cercare di far luce su una pratica considerata una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali, e che nel mondo interessa 140 milioni di donne e bambine (dati OMS), sono stati organizzati diversi incontri, iniziative, dibattiti, nuove considerazioni, risultati e pubblicazioni, video ecc, e altre sono in calendario, come quella prevista per oggi, Mercoledì 30 settembre, (dalle 10.00 alle 13.00, in via di Torre Argentina 76), organizzata dall’associazione radicale Non c’e’ Pace Senza Giustizia, e alla quale sono stat* invitat* parlamentari, associazioni impegnate nella lotta alle mutilazioni genitali femminili, medici specializzati nella prevenzione e nella cura di tale pratica, e persone della società civile.
Obiettivo dell’incontro, fare il punto sulle misure politiche, giuridiche e sociali adottate finora per arginare e prevenire le MGF sia nei Paesi della fascia sub-Sahariana, dove sono praticate, che nelle comunità immigrate in Italia e nel mondo. Inoltre – come ricorda Non c’è pace senza giustizia -, nel quadro più ampio della campagna condotta dall’associazione per i diritti umani fin dal 2001, al fianco delle attiviste africane, per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili, sarà presentato il progetto in corso che mira a favorire l’adozione e l’attuazione, nei paesi dell’Africa occidentale, di leggi efficaci per la messa al bando delle mgf che, afferma l’associazione per i diritti umani, “devono essere trattate esplicitamente come una violazione dei diritti umani e come tale devono essere affrontate”.
Precedentemente a questo incontro, l’associazione NODI (I nostri diritti-Associazione di donne immigrate) in occasione della chiusura del progetto ‘Stop MGF’, finanziato dal Dipartimento per da lei le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha presentato i risultati della campagna di sensibilizzazione da lei promossa, che ha coinvolto 5 province del Lazio. Questo progetto in 20 mesi ha mappato luoghi d’incontro e servizi utilizzati dalle comunità straniere a rischio MGF nel territorio.
L’AIDOS, nel tentativo di avvicinare a culture e tradizioni diverse che affondano le proprie radici in complesse dinamiche socio-culturali (e tra queste, appunto, le mutilazioni dei genitali femminili), ha invece proposto (lo scorso 11 settembre) un evento artistico al Teatro Palladium di Roma con il convegno ‘Mutilazione dei genitali femminili: imposizione o appartenenza?’, e la docu-fiction ‘Vite in cammino’, riproponendo inoltre, l’ormai noto ‘Moolaade” che racconta il percorso di cambiamento verso l’abbandono della pratica in Africa.
Ma non è facile per chi è cresciuto in un mondo in cui le mutilazioni genitali femminili fanno parte del’normale’ percorso di costruzione dell’identità’ di una donna e di strutturazione delle relazioni tra i sessi, schierarsi al di fuori della propria cultura d’origine e abbandonare la pratica, o cercare di aprirsi con chi ha veramente voglia di capire e di ascoltare, senza giudicare chi non la rifiuta e accetta consapevolmente.
E’ il senso del progetto Corpi consapevoli: mgf e integrazione nello stato di diritto, finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e condiviso da un ampio partenariato (ISTISSS onlus, Coop BE Free – Cooperativa Sociale contro tratta, violenza e discriminazioni, Donna Tv, Assolei Sportello Donna Onlus, Dipartimento di Filosofia Roma Tre, Lobby Europea delle donne, Integra, e la nostra agenzia di stampa), che ha presentato venerdì 25 settembre (a Roma Tre) i risultati del progetto (analisi, informazione, sensibilizzazione e produzione di strumenti, quali una ricerca (consulente è stata Laura Moschini, dottora di ricerca in Dottrine politiche e questione femminile) che ha indagato le rappresentazioni riguardanti le Mgf, rilevandone modelli culturali prevalenti sulla pratica che organizzano la relazione di convivenza, al fine di costruire degli indicatori qualitativi che orientino l’azione delle campagne informative e di sensibilizzazione; un opuscolo informativo sulla legislazione italiana e internazionale in materia; un documentario (realizzato da Donna Tv) e un libro, le cui finalità erano quelle di rendere evidente la dimensione di trasversalità delle problematiche di genere in cui le donne si raccontino e raccontino le proprie difficoltà e le strategie messe in atto per superare le difficoltà cui vanno incontro, e infine un sito fruibile a tutte.
Da segnalare, nel capitolo 2 del volume curato da Alessandra Forteschi e Oria Gargano (Be free) la parte della ricerca che riguarda le parole attraverso le quali la stampa quotidiana e i periodici specializzati affrontano il tema della Mgf. Ciò che emerge è “il nostro pesante giudizio di valore su una pratica culturale, evidentemente poco esplorata, più volte definita barbara, tribale, oscura, primitiva e incivile. Allo stesso tempo – è la conclusione delle ricercatrici – coloro che praticano le Mgf sarebbero: carnefici, ignoranti, fanatici, insensat* e superstizios*, non a caso rigorosamente extra – europei”.
Non c’è da meravigliarsi, quindi, della difficoltà a dialogare con le donne direttamente interessate dalla pratica, difficoltà riscontrata nelle campagne informative messe in atto finora, e anche in questo progetto. Perché? “Perché sono stanche di parlare di loro solo in termini di vittime (donne che subiscono, sottomesse a una cultura patriarcale, donne non libere). “Stanche ma anche infastidite – ci spiega Antonella Petricone (BE free), che ha realizzato le interviste, con Eleonora Selvi, fondatrice e direttora di DonnaTv – da questo tipo di approccio che spesso anche non volendo è pregiudizievole, stereotipante, giudicante, poco corretto e sbagliato, perché non ne indaga le implicazioni culturali e simboliche, e di conseguenza non permette uno scambio e un reale momento di confronto con loro”.
“Forse – conclude Petricone – lavorandoci un pochino di più e cercando di conoscere meglio queste donne, entrando nel quotidiano di una relazione che quindi non significa soltanto ti intervisto e poi sparisco, forse lì si riescono a trovare dei punti di incontro. Non si fidano e non capiscono perché noi ci appropriamo di una lotta che dovrebbe essere la loro, della quale semmai dovremmo essere noi a essere incluse nei progetti che loro propongono rispetto a un problema che conoscono bene, rispetto al quale hanno ben presenti quali siano le strategie da adottare, per questo, nei loro Paesi d’origine o all’interno delle loro comunità di appartenenza in quelli dove vivono portano avanti delle lotte quotidiane”.
Come non condividere quanto ha ricordato Daniela Colombo (Aidos), rispetto all’incontro programmato il 25 settembre scorso a New York sulle mgf: “si devono muovere i Paesi africani, non l’Italia”, che dovrebbe invece garantire un sostegno finanziario certo ai programmi internazionali … E invece è noto come il nostro Paese ha ridotto drasticamente i suoi finanziamenti, per esempio all’Unifem e Unfra, due tra i tanti soggetti a livello internazionale, che, rispetto alla pratica hanno maturato alcune buone pratiche nei paesi d’origine. Buone pratiche delle quali si ha il polso nel volume curato da Gargano e Forteschi (con i contributi di Federico Fanelli (psicologo), Petricone, Selvi, Federica Ruggero e Nancy Rizzo (sociologa e psicologa), che elenca ciò che è stato fatto in Kenya (riti di passaggio alternativi), in Uganda (corsi di formazione per chi le praticava), i workshop nelle scuole secondarie nel West Darfur, campagne sui media, il coinvolgimento delle comunità, come in Uganda, o delle radio locali come in Gambia, solo per citarne alcune.
Tante, tante buone pratiche di cui spesso a noi non arriva neanche l’eco, e che il sito realizzato grazie al progetto (http://www.mutilazionigenitalifemminili.it/), fruibile a più persone è pronto ad ospitare. Un sito da implementare, vissuto come un laboratorio on – line dove ognuna/o può dare il proprio contributo, la propria visione del fenomeno e segnalare tutte le novità in materia.
(Delt@ Anno VII, N 176 del 30 settembre 2009)



