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INFORMAZIONE. E’ nata “GIULIA” e già dice “No al burqa all’informazione”

Pubblicato il 29 settembre 2011 da redazione

(Roma) “Siamo ancora qui, e diranno senz’altro anche questa volta che questa è la piazza peggiore, invece io penso che non solo sia la piazza peggiore, ma penso che sia quella vera, perché è pieno in Italia di gente così, di cittadini e cittadine che vogliono il rigore, che vogliono le regole, che sono per la Costituzione, che sono per un’etica pubblica. Forse non è la piazza migliore. Ci hanno obbligato a dividerci per piazze…noi e loro…Ci hanno obbligato a questa violenza, perché è brutto dividere un Paese così. Ma sicuramente questa è la piazza più vera.

Sono le parole di Maria Luisa Busi, che insieme a molte colleghe giornaliste (vedi Delt@ di ieri) ha scelto Piazza del Pantheon, dove ieri si è svolto il presidio  di protesta organizzato dal Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo, contro il ddl intercettazioni, che dovrebbe tornare alla Camera già la prossima settimana, per presentare la neonata GIULIA - Rete delle Giornaliste Unite, Libere, Autonome, “nata per dire basta e per cambiare, per contribuire a cambiare le cose e questo Paese. Per combattere le ingiustizie nelle redazioni, lo sfruttamento di chi è precaria e disoccupata, la sottorappresentazione negli organismi di categoria, e il danno che quest’informazione, in primis il servizio pubblico, arreca alle donne, a tutte le donne, ignorandole e riducendole soltanto a un corpo”.

“Giulia è nata perché la situazione delle donne in questo Paese è diventata intollerabile, e lo è anche per gli uomini, e ci riempie di sdegno, e deve riempire di sdegno non soltanto noi donne, ma anche gli uomini”, recita il comunicato di Giulia, affidato alla voce di Busi. Giulia è nata perché vuole difendere e far valere la Democrazia e la Costituzione nel nostro Paese, e quale migliore piazza di quella di ieri per dire che era necessario non mancare quest’appuntamento, perché si vuole mettere il burqa all’informazione. “Si vuole vietare, proibire, questo è il lessico di questo attuale sistema di potere,  ha sottolineato  la giornalista, di pubblicare le intercettazioni, e anche di farle, diciamoci la verità. E questo perché le intercettazioni hanno e stanno svelando la corruzione, il malaffare, la piovra che sta soffocando l’Italia, un sistema di potere che è fondato sul ricatto, la struttura Delta, la P3, la P4, la P5… e chissà quante ne verranno fuori! Svelando che la donna è ridotta a tangente. Questo è intollerabile. Gli affari delle alcove del Premier sono affari pubblici quando ne deriva un danno alla dignità delle donne. Le giornaliste non vogliono bavagli. Ce li siamo tolti da tempo, noi donne, i bavagli. Le donne vogliono essere informate e vogliono essere libere di narrare il Paese per quello che è, donne e uomini della realtà, non della finzione.

Le tante vite che sono scritte a matita, ormai, nel mondo del nostro Paese, e penso ai tanti precari e alle tante precarie. Vogliono che il servizio pubblico torni a essere dei cittadini, e torni ad essere rispettoso delle donne e di tutti”.

Com’è stato possibile – si chiede GIULIA – che nel nostro Paese, il Paese di Nilde Iotti e delle Costituenti, la donna torni a essere soltanto merce? che debba ancora faticare così tanto per un lavoro dignitoso, per essere rispettata nelle redazioni, per uscire dalla precarietà nella vita comune e non far sì che la precarietà resti l’unica condizione a tempo indeterminato in questo Paese. Com’è possibile che si debba ancora lottare per essere rispettate e libere di parlare? Rispettati e liberi tutti. “Noi non ci stiamo e non ci pieghiamo. Non pensino che ci piegheremo. Stiamo in questa battaglia fino alla vittoria, per la libertà dell’informazione, l’Art. 21 della Costituzione, perché senza questa libertà –  conclude la neonata Rete – non è a rischio soltanto la democrazia, ma la stessa libertà delle donne e di tutti. Siamo pronte anche alla disubbidienza civile. Voi avete il diritto a essere informati. Noi ci riprenderemo il dovere di farlo”.

Parole condivise da tutta la piazza, che ha visto presenti esponenti della Cgil, della Fnsi, dell’Ordine dei giornalisti, di Libertà e giustizia, di Articolo21, Tavola della pace, Usigrai, Anpi, del mondo della politica  - Pd, Idv, Verdi e Federazione della sinistra – e tanti singoli e singole cittadini (tra cui anche Ilaria Cucchi), e numerosi/e  blogger, perché,  una norma del ddl (Comma 29), definita “ammazza blog”, prevede la possibilità di imporre ai gestori di tutti i siti informatici l’obbligo di procedere alla rettifica di ogni contenuto pubblicato dietro semplice richiesta, fondata o meno, del soggetto che se ne ritenga leso. La mancata rettifica nei termini comporterebbe per il blogger una sanzione pecuniaria sino a 12 mila euro. Questo, per Guido Scorza, esperto nel settore web, “significa fornire ai nemici della libertà di informazione, una straordinaria arma di pressione, se non di minaccia, per mettere a tacere le poche voci fuori dal coro, quelle non raggiungibili, neppure nel nostro Paese, attraverso una telefonata all’editore e/o al principale investitore pubblicitario. Quanti blogger rischierebbero 12 mila euro per difendere la loro libertà di parola?”.

“Occorre staccare la spina di questo brutto spettacolo”, ha detto Giuseppe Giulietti, portavoce di Art. 21, aggiungendo che sarà presentato un dossier e “lo porteremo alle più importanti cancellerie europee e se la legge sarà approvata presenteremo un esposto alla Corte europea, perché sia disattivata”.

Franco Siddi, segretario generale Fnsi, intervenuto di recente a un seminario sull’informazione e la democrazia in Italia e in Argentina organizzato presso la sede locale dell’università di Bologna, ha ribadito a chiare lettere che “questo sulle intercettazioni è un progetto di legge illiberale e dannoso per tutti i cittadini, che sta facendo fare brutta figura all’Italia nel mondo”. “I giornalist* italiani sono accusati di essere dei farabutti. Siamo sotto attacco”. “Non possiamo accettare l’idea di un’informazione grigia, che stempera, né d’altra parte arrenderci davanti al totem del reality show”. Meglio un “eccesso d’informazione che una mancanza oppure delle carenze. E alle censure ci opporremmo con ogni mezzo e ogni sede“, conclude Siddi.

(a breve sul nostro sito il video della manifestazione)

(Delt@ Anno IX, n. 184 – 185 del 30 settembre – 1 ottobre  2011) 

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