FEMMINISMI. Riprendiamoci Pechino La lunga marcia della metà del cielo.
Pubblicato il 20 aprile 2011 da Redazione Delt@
(Perugia) Katia Bellillo è stata Ministra per gli Affari Regionali nei due Governi D’Alema (1998-2000) e nel Governo Amato (2000-2001) Ministra delle Pari Opportunità. Eletta alla Camera dei Deputati nel 2006, ha fatto parte fino al 28 aprile del 2008 della Commissione per le Politiche dell’Unione Europea. Giovanissima ha iniziato il suo impegno politico e sociale con una lunga esperienza nelle istituzioni umbre.
E’ da poco uscito per Albatros il suo libro “Riprendiamoci Pechino. La lunga marcia dell’altra metà del cielo”. Fu proprio a Pechino che si tenne nel 1995 la quarta Conferenza dell’Onu sull’emancipazione femminile, che raccomandava ai governi precise misure per garantire effettivamente le pari opportunità e che l’autrice descrive come “pietra miliare” perché “…da quel momento (gli Stati) sanno che la popolazione da governare non è neutra ma composta da individui diversi, con condizioni specifiche differenti ma con uguali diritti”.Il libro ripercorre la lunga marcia delle donne verso l’emancipazione attraverso le varie tappe delle conferenze della Nazioni Unite, che vengono significativamente contestualizzate richiamando le principali vicende politiche che hanno segnato il ventennio di riferimento ovvero dal 1975, anno della prima conferenza Onu sui problemi femminili a città del Messico, sino al 1995 anno della quarta conferenza mondiale tenutasi nella capitale cinese.
D:Uno degli assunti fondamentali, da cui muovono le tue considerazioni, è che nel corso degli anni a seguire si è assistito ad una involuzione del movimento delle donne. Oltre le cause oggettive, come l’attuale crisi economica, sottolinei il ruolo e le responsabilità di un certo femminismo che, rimarcando la “differenza” di genere, ha avvalorato le discriminazioni nei confronti delle donne, soprattutto in contesto segnato dalla precarietà, dato ormai strutturale. Se guardiamo allo scenario sia internazionale che italiano, a quali impostazioni teoriche ti riferisci in modo particolare? Secondo te, il percorso tracciato dall’esperienza di “Se non ora quando” risente di questo approccio?
R:La mia opinione è che in questi anni abbiamo assistito ad una involuzione nell’agire culturale e politico delle organizzazioni femminili e femministe. Invece di contrapporsi al modello strutturale-economico che ci viene imposto per cancellarne le ingiustizie sociali e le sovrastrutture culturali si è preferito vedere il nemico nel maschio. Mi riferisco come avrai capito alla cultura del conflitto di genere che racchiude in sé l’idea che esistano due umanità, quella femminile e quella maschile, inconciliabili fra loro ed in perpetua lotta. Questo postulato ha di fatto egemonizzato ogni attività anche nelle organizzazioni politiche tradizionalmente legate all’universalità dei diritti distogliendo l’attenzione dalla differenza di classe presente fra le stesse donne e fra queste e gruppi realmente potenti di uomini.
Il modello che sembrerebbe consolidato è quello della donna “debole” ma l’esaltazione delle donne vittime non aiuta a fortificare l’autorevolezza femminile né la loro autostima. Stiamo assistendo in questo periodo al tentativo di ridare protagonismo alle donne richiamate dallo slogan “ se non ora quando”. Ogni azione volta a strappare il velo dell’indifferenza e dell’isolamento va salutato positivamente, nel merito ritengo che sul piano politico risenta dell’influenza del conflitto di genere. E’ vero che potenti e mass media tendono a trasformare la libertà sessuale che ci siamo conquistate in liceità ma concentrare la riflessione sulla condizione della donna a partire da quei gruppi di donne che realmente sono vittime generalizzandola a tutte le donne non solo è fuorviante ma schiaccia nuovamente tutte le donne nel ghetto dal quale pensavamo di essere uscite diventando finalmente adulte con l’autonomia economica e sessuale.
Per questo ho scritto “Riprendiamoci Pechino” che vuole essere un’esortazione affinché venga recuperata l’idea di un’umanità non più separata e contrapposta, sostenuta da un’organizzazione sociale che ne rafforzi il pluralismo salvaguardando il diritto di ogni persona ad interpretare il proprio modo di vivere. Pechino ci ha esortato a costruire un sistema per definire un processo in cui si valutino tutte le implicazioni per le donne e per gli uomini di ogni azione progettata compresa l’attività legislativa, politica e di programmazione, non si perpetui la disuguaglianza e si cancellino definitivamente le specializzazioni con le quali si sono definiti i ruoli fra i due sessi.
D:Oggi nel discorso pubblico- mediatico si da grande risalto alla questione delle mercificazione del corpo delle donne perpetrato dai media e da una politica che sembra sostanziarsi nell’intreccio tra sesso, denaro e potere, usato come arma di fascinazione e di ricatto.Tuttavia la denuncia dei dispositivi volti a ridurre il corpo delle donne a mero oggetto sessuale, si risolve in una sostanziale legittimazione degli interventi etici sui nostri corpi, che soprattutto a partire dalla legge 40, hanno saputo dispiegare un orizzonte simbolico e normativo volto a riprodurre e a rafforzare tutti quegli stereotipi che considerano le donne come naturalmente ancorate al ruolo di madre, moglie, curatrice della famiglia,oggetto riproduttivo. Si tratta di schizofrenia o di un preciso disegno che vuole ricacciare le donne dentro le mura domestiche, costrette a dipendere sempre da qualcuno e a svolgere il ruolo di ammortizzatrici di servizi di cura interni alla famiglia?
R:Per le donne italiane non è facile cancellare il peso di tradizioni che fondano ogni postulato sulla differenza fra maschi e femmine e la sostanziale subalternità delle donne agli uomini. La loro impronta la ritroviamo persino nella Costituzione in articoli importanti come l’art 29 che sancisce l’uguaglianza dei coniugi, salvo puntualizzare che va bene, purché si realizzi nei limiti della legge a garanzia “dell’unità familiare”; nell’ art 37, dove si stabilisce il diritto delle donne al lavoro e alla parità salariale a parità di mansione, fatta salva però “l’essenziale” funzione familiare delle donne. L’esempio della legge 40 per la genitorialità in provetta la ritengo emblematica, si è ideologizzata cioè l’opportunità, per un gruppo ristretto di persone, che non possono procreare, di farlo grazie alle nuove conquiste della medicina. Nel rivendicare la normativa invece di esaltare la conquista strappata negli anni 70 della maternità come scelta responsabile e consapevole della donna, si è optato per rivendicarne il diritto, aprendo così un’assurda diatriba fra il diritto e dunque l’esaltazione della maternità per tutte le donne e la necessità di mettere un freno alla scienza e alla medicina per non irritare la volontà divina!Risultato che ci ritroviamo con una legge cattiva e chi vuole avere un figlio nonostante tutto, può farlo, andando a Parigi a Barcellona o ad Ankara!
Intanto le donne italiane vengono schiacciate dalla crisi economica imposta dalle potenti lobby internazionali,solo una su due lavora, per lo più con contratti precari o “a nero”, la metà è ricacciata nelle case, su di loro ricade totalmente la fatica del lavoro di cura con lo smantellamento di quel poco di stato sociale che si era riusciti a edificare! La questione dirimente è la disoccupazione delle donne che assume un carattere sempre più strutturale e la presunta differenza serve come sovrastruttura culturale per respingerle nell’area del “non diritto” . Così, come per magia, metà della popolazione viene relegata nella condizione di disuguaglianza. Ecco che la radicalizzazione tutta interna al presunto conflitto fra maschi e femmine riproduce la trappola fatale del combinato donna/maternità/famiglia.
D:E’ il 1996, quando il neo presidente del consiglio Romano Prodi nomina per la prima volta un ministro per le Pari Opportunità. Una decisione maturata dopo la IV° Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Quale il bilancio dei quindici anni di operato dell’istituzione del ministero che tu stessa hai presieduto?
R: La buona volontà c’è stata senza alcun dubbio ma i risultati non sono stati all’altezza delle intenzioni. Il movimento delle donne che a partire dagli anni 60 è stato presente soprattutto nelle piazze, definendo con le proprie rivendicazioni l’agenda delle istituzioni e dei partiti riuscendo a strappare diritti essenziali per l’emancipazione, negli anni 80 ha considerato che si potevano abbandonare le piazze per occupare le istituzioni anche con organismi distinti: dalle consulte ai centri di parità, agli assessorati alle pari opportunità fino ad ottenere nel 96 dal governo Prodi un dipartimento della presidenza del consiglio con la nomina di un ministro. La mia opinione è che negli anni le donne delle istituzioni e dei partiti si siano allontanate dalle donne e che il sistema degli organismi istituzionali delle donne per le donne si siano trasformati in un nuovo ghetto dove alcune si sono barricate. Le cattedrali della politica si organizzano con tempi e modi buoni solo per chi ha un lavoro o un contesto familiare che offre opportunità e per lo più sono uomini!
A cosa sono serviti Trattati, Determinazioni nazionali ed internazionali se non c’è l’impegno per attuarli? Inoltre ritengo che noi donne italiane abbiamo un punto politico irrisolto che non può essere chiarito dalla legge ma che riguarda le donne in politica, la relazione fra loro e con i loro partiti. Per comprendere che abbiamo bisogno di una poderosa autocritica basta guardare cosa accade quando si tratta di fare le nomine per questi istituti giuridici, mentre negli altri Paesi le donne si propongono come leader accettano la competizione e qualche volta vincono, in Italia per lo più si preferisce la cooptazione
D:Come hai osservato nel tuo libro, le donne in questi anni si sono sempre più allontanate dalla politica e dalle istituzioni. Quali dovrebbero essere gli strumenti necessari per invertire questa tendenza? Com’è possibile “riprendersi Pechino”, dentro una crisi che non è solamente economica in quanto crisi complessiva, le cui radici vanno ricondotte anche a elementi politico-culturali che reggono la nostra stessa civiltà?
R:Nel contesto attuale ritengo che sia urgente recuperare le donne per uscire da questo sistema che mortifica e umilia tutti, ma soprattutto loro, perché ha cancellato i diritti e garantito esclusivamente i privilegi dei “padroni del vapore”. La mia convinzione è che dobbiamo conquistarle all’idea che sia possibile un mondo diverso dove non sarà più il mercato a decidere della nostre vite ma uno sviluppo che sappia coniugarsi con la giustizia sociale e la libertà di scelta per tutti. Sono le donne che devono pretendere che sia recuperato il ruolo primario della politica a salvaguardia del cittadino da ogni ingerenza, con un nuovo e più attivo intervento dello Stato. Basta con il piagnisteo e il vittimismo di questi ultimi anni, le donne non temono la sessualità degli uomini e non sono soggetti deboli. Esse rimangono padrone del proprio “corpo” se tutta l’organizzazione economica, sociale e politica non le esclude, ma anche se non dimenticano che l’aspirina, il tampax e l’anticoncezionale sono le invenzioni che le hanno aiutate ad uscire da una condizione di debolezza anche biologica. Non esiste “l’ identità femminile”, ogni donna è diversa ed unica, libera di interpretare la propria femminilità. Se si lascia passare l’idea che esistono più umanità diventa difficile sconfiggere il sessismo, il fondamentalismo religioso, l’omofobia, il razzismo. La mia opinione è che oggi valga la pena tornare a lottare per l’idea che ogni persona è un fine in sé, anche se si riconosce in una comunità sia essa ideale, religiosa o etnica. Il ruolo dello Stato è fondamentale per garantire che nessuno sia usato come mezzo per fini di altri uomini o donne. E’ lo Stato che deve predisporre e realizzare interventi concreti a partire dalle condizioni specifiche di ciascuna persona perché la vita di tutti sia rispettabile e dignitosa,con un lavoro stabile e sicuro, la salute, l’istruzione, la casa per tutti. Sono convinta che di fronte al disordine economico e sociale che sta annientando il mondo ci sia bisogno di interventi anche planetari, per sostenere i bisogni delle persone in modo che siano compatibili con il rispetto di sé e di chi riceve, affinché chi riceve non sfrutti chi presta il lavoro o le cure ed ogni tipo di attività che viene richiesta. Allora forse abbiamo bisogno di un pensiero femminile autonomo ma capace di dialogare con gli uomini per pensare il bene comune in un nuovo e più civile ordine sociale.
(Delt@ Anno IX, n. 85 del 20 aprile 2011) Adelaide Coletti
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