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FEMMINISMI. Estetico e politico si intrecciano in un nuovo libro su Hannah Arendt

Pubblicato il 30 maggio 2011 da redazione

(Roma) Il 23 maggio si è tenuta a Roma, presso la Sala Conferenze della Fondazione Basso, in via della Dogana Vecchia, la presentazione del volume Hannah Arendt e lo spettacolo del mondo di Elena Tavani, a cui hanno partecipato l’autrice, Laura Boella, docente di Filosofia Morale all’Università statale di Milano, Giacomo Marramo, docente di Filosofia Politica presso l’Università Roma Tre e Pietro Montani, professore associato di Estetica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “la Sapienza” di Roma. Una pensatrice come Hannah Arendt, su cui si è discusso molto specialmente negli ultimi anni grazie al recupero delle filosofie di pensatrici del Novecento tra cui spiccano le figure di Simone Weil, Maria Zambrano ed Edith Stein, viene posta nuovamente al centro di un libro, il cui taglio non consiste nel concentrarsi esclusivamente sulla teoria politica dell’autrice, ma sul connubio tra estetico e politico che consente ad Arendt di delineare una concezione della relazione tra l’essere umano e il mondo sotto forma di impegno sociale, politico, quindi di azione, ma anche di pensiero e riflessione costante, personale e collettiva.

L’individuo che guarda la scena pubblica inizialmente percependola e poi giudicandola sviluppa un approccio ‘spettatoriale’, e così comincia a costruire una propria concezione della realtà che lo circonda, la quale poi si svilupperà attraverso varie fasi e differenti momenti, quali l’azione, il giudizio, il conflitto, la scelta, la conservazione e l’innovazione. L’estetico, secondo lArendt, non si riduce ad un luogo separato dall’esperienza concreta vissuta da ogni individuo, bensì come un punto di partenza di un più grande progetto di comunicazione e di condivisione dell’esperienza della realtà e dell’uomo stesso. Di conseguenza la teoria estetica non si distacca da quella politica, ma ne diventa il necessario completamento, e costituisce un forte bastione, secondo Tavani, per svolgere una critica radicale nei confronti dell’indirizzo ‘dispotico’ della tradizione filosofica, ossia tutto quel filone riguardante le spiegazioni intorno alla natura dell’uomo e alla verità che riducono la molteplicità ad unità, ignorando le ragioni dell’esperienza particolare e contingente.

Quindi la relazione che la persona stabilisce con il ‘fenomenismo spettacolare’ del mondo si basa su una libertà che non è solo personale ma anche pubblica, e permette di cogliere la differenza tra l’opinione e la verità, tra la vita contemplativa e la vita attiva. La politica in senso di azione svolge, infatti, secondo la Arendt, un ruolo essenziale nella costruzione dell’identità individuale, sebbene debba essere sempre coniugata con l’aspetto meditativo e riflessivo.

Come sottolinea Laura Boella, la sfera pratica non deve ridursi a semplice agire produttivo come si verifica attualmente e come viene denunciato dalla stessa Arendt in ‘Vita Activa’, bensì deve recuperare un valore essenziale, che richiami ad un ideale politico inteso come dimensione esistenziale, che attraversi ogni forma di attività e di esperienza e si configuri come un insieme di arte, tecnica e piacere di stare insieme, scambiandosi idee e parole. Nella filosofa tedesca, continua Boella, il rapporto tra pensiero e vita è stato essenziale per comprendere la sua figura e la profonda coerenza interna della sua esistenza. La dedizione alla ricerca della verità, mediante strumenti espressivi diversissimi che oscillano dal reportage giornalistico – come in ‘La banalità del male’ – al trattato filosofico – come in ‘Vita Activa’ e ‘Vita della mente’ -  alle lettere alle amiche e all’utilizzo di metafore – intese dalla filosofa come uno dei migliori strumenti per creare un ponte tra i problemi filosofici fondamentali – si esplica nei costanti tentativi di individuare la struttura essenziale della realtà, che è sostanzialmente esperienza presente.

Il presente è il tempo in cui Arendt vive maggiormente, mette in luce Marramao, il quale però presenta due facce della medaglia, da un lato la massima concretezza e dall’altro la fuggevolezza. L’azione si costituisce infatti come il concetto chiave della teoria politica ed estetica arendtiana: distinta dal lavoro, essa si distingue sia dal lavoro, inteso come attività di riproduzione dell’esistenza, che dall’opera, vista come attività di produzione di beni che si aggiungono a quelli esistenti in natura, creando le opere d’arte. Al contrario l’azione è la capacità unica dell’essere umano di inaugurare qualcosa di nuovo interrompendo le serie causali già preesistenti. Ma per perdurare, ha bisogno che la sua eredità venga trasmessa e rielaborata, per questo può cadere nell’effimero e nel rischio di perdersi.

L’estetica non comprende solo l’aspetto propriamente percettivo e spettatoriale, visto come apprensione diretta di tutto ciò che appare – mette in luce  Tavani – bensì attraversa e innerva tutta la condizione umana, in particolare l’”esecuzione attoriale” dell’agente e la pronuncia del giudizio da parte dello spettatore. Ma il giudizio nei confronti della politica non si può individuare nella categoria dell’opinione, bensì deve allargarsi a comprendere una diversa legalità legata alle esigenze collettive e morali di una determinata popolazione.

(Delt@ Anno IX, n. 120 del 30 maggio 2011)             Elisa Strozzi

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