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DIRITTI. Diversita’ sessuali: il tema discusso a Roma in un convegno sulle discriminazioni

Pubblicato il 10 aprile 2011 da redazione

(Roma) “Discriminazioni: modelli culturali, retoriche pubbliche e pratiche sociali”, questo il titolo del convegno internazionale che si è tenuto dal 6 al 9 aprile a Roma presso l’Università La Sapienza e Roma Tre, organizzato dall’Aisea, Associazione Nazionale degli Antropologi socio-culturali, in collaborazione con l’Osservatorio sul Razzismo e le diversità “M. G. Favara”, sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica. L’obiettivo fondamentale del convegno è consistito nell’esaminare l’articolata fenomenologia delle discriminazioni, avvalendosi di numerosi contributi di ricercatori e specialisti, i quali hanno voluto “fornire elementi di confronto tra il discorso pubblico e la riflessione antropologica ed offrire così un contributo scientificamente fondato per la creazione di nuovi scenari di convivenza e rispetto reciproco”.

La sessione dedicata ai “Generi Discrimina(n)ti”, in particolare, si è svolta presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, e ha ospitato numerosi antropologi. In primo luogo Luca Trappolin, dell’Università di Padova, che ha esposto il progetto Citizens in Diversity: A Four-Nation Study on Homophobia and Fundamental Rights (www.citidive.eu), finanziato ingentemente dal Fundamental Rights and Citizenship Programme dell’Unione Europea per il periodo Gennaio 2010 – Giugno 2011, il quale, diretto dal Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, vede la collaborazione di equipe di sociologi e giuristi italiani, inglesi, sloveni e ungheresi. In particolare, in ambito italiano, il team sociologico ha svolto una serie di interviste individuali e collettive a donne e uomini giovani di diversi orientamenti sessuali al fine di definire in maniera più corretta possibile i concetti di omofobia, di esperienza quotidiana della violenza in ambito pubblico e privato e della discriminazione ai danni di persone omosessuali.
Lo scopo fondamentale del gruppo di ricerca consiste nel discutere sul rapporto di divergenza tra le narrazioni su alcune tematiche da parte di eterosessuali e omosessuali, alla luce del recente progetto lanciato da Arcigay e promosso anche dall’Istat, dal titolo “Lotta all’omofobia e promozione della non discriminazione sui luoghi di lavoro come strumento di inclusione sociale”. Trappolin ha sottolineato come occorra ridefinire ed incrementare la complessità del concetto di rappresentazione omofobica, che, sebbene nei paesi anglosassoni sia già entrato nell’uso comune, in Italia fatica ad essere accettato. Poiché determinati sistemi di rappresentazione e di conoscenza alla base delle pratiche discriminanti sarebbero alla base degli atti di violenza, è fondamentale – ha continuato l’antropologo – concettualizzare l’omofobia come “espressione di una sofferenza e di una violazione espressa da uomini e donne la cui identità di genere è stata forgiata come quella di una minoranza di genere socialmente costruita”. Quindi il contrasto alla violenza contro gay e lesbiche dovrebbe originare da un’adeguata consapevolezza dei suoi meccanismi, in particolare delle diverse categorie di violenza, che vanno da quella percepita, a quella narrata, a quella riconoscibile come tale dalle persone eterosessuali fino a giungere alla violenza simbolica, che costituisce un’inconsapevole riproduzione delle pratiche di violenza psicologica e verbale promosse da parte degli omosessuali e degli eterosessuali. Le interviste svolte hanno il compito di migliorare l’accesso conoscitivo ad una serie di spazi pubblici e privati e ad un complesso di esperienze vissute in prima persona dai soggetti di indagine.

Michela Fusaschi, antropologa della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, ha esposto il progetto “Il corpo delle altre. Vocabolari della discriminazione e retoriche dell’umanitario”, il quale si propone di riflettere sull’aspetto politico degli interventi umanitari portati avanti recentemente sul corpo delle donne, al fine di discutere il tipo di biolegittimità assunto dai corpi femminili nella vita quotidiana. A tal fine, l’antropologia pubblica si occupa di congiungere le questioni del locale e del globale, per contrastare la visione riduzionista del mondo dei diritti umanitari così come le politiche di genere mainstreaming, che insistono sulla visione subalterna della figura femminile. In Italia, in particolare, sarebbe cambiata negli ultimi anni la concezione del corpo della donna, tramite un’incorporazione dell’immagine sessista maschile del potere da parte delle donne, mentre la modificata percezione della vittima avrebbe provocato la diffusione di un’economia morale di profonda disuguaglianza e reificazione, impedendo lo sviluppo di una figura femminile (e non solo) pienamente cosciente e libera delle proprie azioni e scelte.

Massimiliano Casali, dello Sportello Unico per l’immigrazione, ha trattato della pluralità delle esperienze familiari concrete, che escludono la presenza di un unico modello familiare come socialmente e culturalmente legittimo, mentre permettono di comprendere come la famiglia sia un istituto necessariamente aperto alle differenti trasformazioni sociali e culturali e debba divenire un luogo di affermazione personale invece che di costrizione morale. Da un lato, il recente affrancamento da norme religiose che si è verificato in ambito privato, e dall’altro, la scissione del legame tra famiglia e procreazione, hanno condotto ad una maggiore accettazione dell’omosessualità, anche in ambito pubblico. Al fine di abbattere tutta una serie di barriere comportamentali che impediscono il dialogo tra ‘mondo omosessuale ed eterosessuale’, occorrerebbe – ha continuato Casali – l’estensione della tutela del diritto sulla personalità a quello delle relazioni interpersonali, al fine inoltre di facilitare la trasformazione della genitorialità e dell’intimità in processi riflessivi, modellati sulle scelte responsabili degli individui.

Teresa Biondi, antropologa cinematografica dell’Università di Modena, ha sottolineato il ruolo dell’antropologia filmica nella rappresentazione di dinamiche culturali discriminatorie dal punto di vista dell’identità di genere e sessuale e nella promozione di identità libere e pienamente autonome. In particolare, la studiosa si è soffermata sulla capacità del regista Visconti nell’utilizzare il mezzo filmico per promuovere una cultura dell’emancipazione dalle gabbie sessiste e dogmatiche, al fine di rappresentare realmente come le persone vivono la propria identità sessuale, all’interno di un contesto socio-culturale, quello dell’Italia anni ’50 e ’60, in cui tali tematiche erano molto difficili da affrontare. E’ stata proprio la narrazione della sofferenza e la messa in scena della violenza simbolica il nodo centrale della cinematografia viscontiana, la quale si è trasformata progressivamente in una modalità di racconto di valori umani autentici, che travalicano le differenze sessuali o di genere, abbattendo le stigmatizzazioni e i pregiudizi di una tradizione essenzialmente proibizionista.

L’ultimo intervento, di Mario Pesce, dottorando presso l’Università Roma Tre, si è concentrato attorno agli studi da lui effettuati sui trans sudamericani, specialmente di quelli migrati in Italia, dai quali è nato un documentario ‘Translatina’, riguardante i sogni e le delusioni vissuti dalle ‘immigrate’ latino-americane nel nostro paese. Pesce ha messo in luce come l’assolutizzazione delle differenze di genere uomo/donna deve essere decostruita, al fine di comprendere come l’identità rappresenti una cocostruzione superabile nella vita individuale. A tal proposito, egli ha individuato nell’identità sessuale un elemento stabilito per la persona sin dalla nascita e fissato dai cd ‘normali’. La diversità sessuale si tradurrebbe in un’incapacità di comprensione e di dialogo tra le differenze, e quindi ad una chiusura e marginalizzazione costante del ‘diverso’, considerato potenziale produttore di conflitti sociali in quanto non appartenente ad un genere ben definito e quindi difficile da classificare. Nei trans migranti vi sarebbero poi, due livelli di discriminazione, legati, da un lato, alla labile identità sessuale, e dall’altro, alla condizione di migrante, quindi di non appartenente a nessun luogo.

(Delt@ Anno IX, n. 77 dell’11 aprile  2011)  Elisa Strozzi

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