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DIRITTI. Concludendo un incontro, proseguire la strada dei diritti: 194 ragioni per applicare una legge

Pubblicato il 23 aprile 2012 da redazione

(Napoli) Sono forse di più le ragioni che ci fanno dire che la legge 194 si deve applicare ed ancora non è davvero applicata.

L’Italia non è tutta uguale: è lunga e stretta, ma le donne con le loro reti possono percorrerla, per sostenersi ed avere ragione anche quando tutti sembrano negare perfino l’esistenza del movimento delle donne.

Il movimento c’è, ha i suoi nomi e le sue identità: più forti se fortemente si mettono in gioco.

L’applicazione della 194 in Campania è stata e continua ad essere una scommessa, faticosa, ma dove “quelli che dicono no”, non lo hanno mai potuto dire di aver vinto.

“Quelli che dicono no” fanno carriera, fanno di nascosto quello che affermano di ripudiare, ma quelli che dicono sì sono tanti. Li abbiamo incontrati, abbiamo parlato con loro ed abbiamo sostenuto la loro volontà di di dire “sì” alle donne.

Nell’occasione della presentazione del libro di Chiara Lalli “C’E’ CHI DICE NO” abbiamo trasformato l’incontro in un tavolo operativo, dove l’autorevolezza delle presenze ci ha permesso di progettare il futuro della 194.

In allegato troverete, se lo desiderate, le conclusioni del tavolo che sono appunto premesse.

Stefania Cantatore e Simona Ricciardelli

Napoli, 17/04/2012

“C’è CHI DICE NO”- Una discussione su 194 e obiezione di coscienza (S. Maria La Nova – Napoli 16/04/2012)

Con Chiara Lalli (autrice del libro), Filomena Gallo (ass. Coscioni), Giovanni Persico (Direttore Generale AOU II Policlinico Federico II), Riccardo Bonafiglia ( Osp. Civile di Caserta)

Sono intervenute per il Gruppo UDIsalute di Napoli Simona Ricciardelli e Stefania Cantatore, le Consigliere Caterina Pace e Anita Sala,  Tina Licciardiello (già responsabile del Materno-Infantile della Regione Campania)

Conclusioni

La 194: una legge perfetta.

Come altre leggi, nell’ordinamento generale dello Stato, la legge sull’aborto “risposta ad un diritto ormai recepito nella coscienza collettiva”, ha nemici silenziosi per i quali l’essere contro si esprime nel non far nulla. Basta infatti non far nulla, restare immobili di fronte all’ordinaria amministrazione, per invalidare servizi di enorme impatto, come in questo caso, sulla salute pubblica. Gli aborti sono diminuiti, nel nostro paese, per merito di questa legge voluta dalle donne, anche comprendendo nel numero l’incremento dovuto alle cittadine migranti. Il non far nulla è sintomatico anche nel ricorso non regolamentato all’obiezione di coscienza, anche nel non consiederare “di dover garantire strutturalmente” il servizio di IVG.

Lo dice il Prof. Giovanni Persico, da un punto di vista che abbraccia lo spaccato più rappresentativo dell’applicazione della legge in Campania.

L’obiezione di coscienza, disambiguazione dei termini per la realizzazione del diritto alla salute.

La lettura del testo di Chiara Lalli “c’è chi dice no”, rimanda alla storia dell’intero Paese, alle sue contraddizioni di fronte alla piena cittadinanza delle donne, ai suoi veti ideologici di fronte alla libertà di tutti. Quella “obiezione di coscienza” , prevista nella 194, non ha nulla a che vedere con la disobbedienza civile che ha stravolto il principio, una volta indiscutibile, dell’asservimento militare di ogni uomo, perché uomo. L’analisi, anche filologica, contenuta nel testo rimanda direttamente a questioni di legittimità e legalità delle quali il movimento delle donne si fa portavoce nel momento in cui fa prevalere il diritto prioritario all’autodetermimazione e alla salute, rispetto a quello “opzionale del medico”.

Scegliere di fare il ginecologo nella struttura pubblica  impone vincoli professionali, pur prevedendo libertà personali che non possono però contrastare il diritto/motivo (la salute) che costituisce la ragione stessa della presenza del medico in Ospedale.

Bisogna sapere, soprattutto conoscere la materia alla quale si si vuole obiettare: la pillola del giorno dopo, è un contraccettivo d’emergenza, nulla ha a che vedere con l’aborto e quindi alla possibilità di “obiettare” da parte del medico nel somministrarla.

L’invito alla riflessione militante di Chiara cade in un momento nel quale, in Campania, le parti in causa (movimento delle donne e Istituzioni) si apprestano ad affrontare in modo concreto i larghi margini di inapplicazione della 194.

Le intenzioni sotterranee e l’invasività delle indagini prenatali

Nella contingenza dolorosa della morte di Francesco Leone, titolare del servizio IVG del II Policlinico, si è vericata la sospensione del servizio, risolta grazie alla tempestività delle denunce e delle proposte dell’UDI e del Comitato 194. Nei difficili passaggi dovuti alla contestualizzazione delle soluzioni “nel rispetto del patto di stabilità per il rientro del debito sanitario in Campania”, le strutture abitualmente meno produttive si sono trovate a dove affrontare un incremento di prenotazioni sia per l’interruzione di gravidanza nei termini che per quella coddetta “terapeutica”. Il reparto IVG dell’Ospedale di Caserta, da sempre uno dei presidi fondamentali per l’applicazione della 194, e da sempre nella rete delle medicina laica in Italia, nella contingenza ha dimostrato una solo apparente ovvietà: basta applicare la legge per risolvere i problemi. Lo dice Riccardo Bonafiglia, anche lui non obiettore garante di un servizio obbligatorio, reso precario dal non fare, di chi dovrebbe fare.

La delibera Regionale di Giunta sulla sepoltura dei feti, contiene vere e proprie incongruenze che dimostrano quanto la mentalità abortista stia proprio “nell’ideologia dell’obiezione di coscienza all’applicazioone della 194”.

Per le pazienti sottoposte ad aborto terapeutico, la delibera della sepoltura resta ininfluente, perché quella riguarda solo gli interventi entro il terzo mese.

È normale pratica conservare i feti per 24 ore, lasciandoli nella disponibilità delle pazienti, che sistematicamente non li richiedono.

Chi dovrebbe vessare la paziente con richieste circa le sue intenzioni sul materiale abortivo? Il medico non obiettore?

Si tratta di una tigre di carta, quasi l’autodenuncia di una forzatura culturale vessatoria, in un momento elettorale, con scopi propagandistici e che rivela una scrittura “ignorante” che preannuncia, laddove dovesse cercare applicazione,  larghissimi margini di impugnazione.

La riflessione più puntuale e ricca di prospettive, per un esercizio corretto dell’obiezione, va fatta sul ricorso crescente ed invasivo delle indagini prenatali  sul prodotto del concepimento.

Denso di contraddizioni, da parte dei medici obiettori, il ricorso lucroso a questo tipo di indagini : se il risultato delle analisi dovesse rivelare malformazioni e patologie altamente invalidanti, cosa farà quel medico obiettore? Ese quel medico non è disposto a seguire la paziente nel percorso abortivo, per quale motivo è proprio lui a prospettarle analisi per accertare la possibilità di quel feto di trasformarsi in vita autonoma? In verità le analisi “moderne” non hanno altro scopo che di preludere ad una eventuale scelta di abortire. C’è una sottesa mentalità abortista, proprio in colui che si rifiuta di sostenere le scelte delle donne.

Correttamente ogni ginecologo al primo contatto con la paziente, prima di procedere ad ogni atto medico dovrebbe dichiarare la sua posizione.

La negligenza, strategica, amministrativa oltre ad aver determinato l’opportunismo carrieristico degli obiettori, sta determinando inoltre l’impreparazione tecnica dei professionisti nelle pratiche di interruzione, poco prestigiose rispetto al conformismo ideologico diffuso nelle dirigenze.

Ma applicare la legge si deve e si può, soprattutto se l’approccio del movimento delle donne si dimostra competente, propositivo ed all’occorrenza conflittuale.

Il nostro paese è ancora legato alla conservazione immobile e non basta aver diritto: il diritto ha contro proprio chi lo deve tutelare. L’Italia non può fare a meno del movimento delle donne e dei movimenti, avendo però questi la capacità di gestire il rapporto con le Istituzioni in modo paridignitario.

L’uso vertenziale delle leggi, la 194 in prima linea

La 194 è l’esempio di una legge dello stato di importanza strategica. La 194 può essere disapplicata, ma non fallire, perché anche quell’anomalia tutta italiana degli obiettori non vale ad ostacolare la concreta possibilità, data proprio dalla legge, di agire cambiamenti, certamente in positivo per le donne.

Non solo le denunce ma molti e concreti risultati si possono ottenere. Lo dice Filomena Gallo che tra le avvocate italiane è stata quella ad aver ottenuto sentenze, sulla legge 40 (fecondazione assistita) e su altri aspetti legali della sanità femminile, che hanno fatto giurisprudenza favorevole alla relalizzazione dei diritti.

Una modifica della 194, mentre ancora latitano i soggetti che devono darle completa attuazione, non è pensabile né opportuno, vista la debolezza del rapporto della politica dei partiti coi movimenti.

Il movimento laico delle donne ha fatto rete ed ha rafforzato competenze, ha costruito un sapere che deve finalmente essere divulgato perché ogni cittadina sappia e possa  esigere diritti che devono passare dalla carta alla vita.

Dal Policlinico alla rete Campana della Sanità: i risultati da estendere

La lotta per la riapertura dell’IVG del II Policlinico costituisce un modello per la legalità e la razionalizzazione del sistema che deve garantire che l’uso delle risorse per la salute delle donne, sia effettivamente ad essa destinato.

Razionalizzare non significa tagliare. Come dice Tina Licciardiello, i fondi vanno usati perché a volte sono ideologicamente occultati, per favorire la sanità privata. Il depotenziamento dei consultori non è stato e non è forse un attacco ai diritti delle donne e alla maternità libera e responsabile, garantita da una legge dello stato?

L’accordo raggiunto col Direttore Persico dall’UDI e il Comitato 194, è già un protocollo di applicazione virtuosa della 194:

·         Copertura a contratto del servizio, con bandi riservati ai non obiettori (si può fare ed è stato fatto)

·         Pubblicazione dell’anagrafe degli obiettori e non (in via di pubblicazione a giorni)

·         Avvio di una trattativa con la regione per il rafforzamento con personale già operativo ma non operante,  di almeno 4 strutture modello che garantiscano la somministrazione dell’RU (in regime ambulatoriale come a Caserta), la preparazione chirurgica degli addetti, giusti interventi di anestesia, assistenza psicologica, privacy.

Sul piano culturale, e cioè sull’informazione alle cittadine, il lavoro di contatto personale tra donne del movimento e utenti deve diventare un obiettivo più ambizioso, un’operazione visibile. Una scommessa che da questo momento diventa una promessa tra donne, l’impegno di cercare le utenti prima che le utenti cerchino noi nel momento della difficoltà e dello sconforto.

Stefania Cantatore e Simona Ricciardelli

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