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Dacia Maraini: Il potere della parola per raccontare la violenza

Pubblicato il 26 febbraio 2010 da redazione

(Roma) Che l’impegno nella lotta alla violenza sessuale non possa e non deve ridursi a una sola giornata, ma si deve tradurre, invece in un concreto impegno quotidiano da parte di istituzioni, società civile e cittadini, per abbattere i muri invisibili e terribili della marginalità e della solitudine in cui molte donne si ritrovano a vivere e che spesso non hanno il coraggio di denunciare, lo hanno dimostrato le innumerevoli iniziative messe in campo in tutt’Italia per ricordare la necessità di eliminare le tante forme di discriminazione e violenza a cui le donne sono quotidianamente sottoposte in ogni parte del mondo.

Una di queste iniziative che ci piace citare, è quella che si è tenuta lo scorso 13 novembre nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tre, dove è stato rappresentato Passi affrettati. Testimonianze di donne ancora prigioniere della discriminazione storica e famigliare, di Dacia Maraini (Compagnia Teatrale: Gabriele Tuccimei, Nino Bernardini, Renata Zamengo, Annalisa Picconi, Elisabetta Centore).

Nell’aula magna c’era un silenzio assoluto. Buio e tensione nell’aria. Sul palcoscenico cinque persone vestite di nero raccontavano le storie di Lhakpa, Aisha, Civita, Juliette, Amina, Teresa e Viollca. Sono esperienze di dolore e discriminazione, unite dal filo sottile ma molto resistente della violenza che permea esistenze vicine in territori lontani. “Una testimonianza, una denuncia, ma anche un atto di simpatia e di attenzione”, come ha affermato Dacia Maraini, “verso tutte quelle donne che sono prigioniere di un matrimonio non voluto di una famiglia violenta, di uno sfruttatore, di una tradizione e di una discriminazione storica difficile da superare”. I diritti umani vengono violati in tutto il pianeta, dalla Cina alla Giordania, dalla Nigeria alla California, fino ad arrivare alla “civilissima” Europa: l’uomo purtroppo sa essere una bestia ad ogni latitudine. In alcuni passaggi dello spettacolo la platea trattiene il fiato, in altri sospira, in altri ancora non riesce a trattenere un brusio di disapprovazione. E’ il potere della parola che si mette in scena, non ci sono effetti speciali né gli occhi sono distratti da alcuna scenografia. In questo spettacolo si ha il coraggio di andare all’essenza, in un mondo che ci bombarda con le immagini e cerca di depotenziare la capacità naturale dell’uomo di pensare, si riscopre il valore del linguaggio. Come si può rappresentare la violenza? Semplicemente raccontandola e lasciando allo spettatore la libertà di darle un volto, un nome e un’anima.

A margine dello spettacolo abbiamo sentito Dacia Maraini, chiedendole:

Un breve accenno sulla scelta stilistica di rappresentare il testo che predilige l’atto verbale…

Sì, ha detto bene…, è come un oratorio: non abbiamo voluto né scene né costumi. Gli attori sono tutti vestiti di nero come un coro, che da importanza prima di tutto alla parola. La parola è principale, è primaria, ed è una parola che racconta i fatti per quello che sono. Certamente in questo modo c’è una solennità perché la parola arriva di più alla gente così che se li facessimo recitare con delle piccole mosse, con dei mobili o altre scelte stilistiche.

Come è nata la necessità di raccontare queste storie in cui le donne si scontrano con la violenza dell’uomo?

E’ nata cinque anni fa, veramente sarebbe dovuta essere una rappresentazione messa in scena una sola volta e poi invece, siccome ha trovato un grandissimo successo, ha trovato un pubblico estremamente attento e partecipe. Così abbiamo continuato a farlo ed è diventato un successo internazionale.

C’è qualcosa che l’ha colpita in particolar modo nella messa in scena delle sue parole?

Purtroppo i casi di violenza sono talmente quotidiani, basta aprire il giornale ogni giorno e se ne trovano diversi. Non c’è, dunque, una cosa che indigna in particolar modo. Sono tutti episodi di violenza, di abuso e di sopruso che colpiscono con forza. Certo, le storie che coinvolgono le bambine sono ancora più toccanti.

Il libro racconta trasversalmente la violenza che è la stessa in realtà, continenti, società e culture diverse. La trasversalità è un elemento importante?

Sì, purtroppo è così sia nei paesi sottosviluppati che in quelli sviluppati. L’aspetto comune è la violenza sulla donna. Sulla trasversalità della violenza dovremmo rifletterci sopra, bisogna fare una riflessione filosofica, religiosa, etica, da cui non si può sfuggire.

Un elemento molto toccante dello spettacolo è la storia della bambina che viene inconsapevolmente portata nel nostro paese per fare la prostituta. E’ molto attuale e succede spesso anche nel nostro paese. Perché ha deciso di metterla nel testo?

Perché questa è una storia vera: parla di una bambina albanese che a 12 anni è stata portata in Italia per farla prostituire. Mi ha talmente colpita per il suo orrore che l’ho voluta raccontare. L’orsacchiotto che la bambina porta con sé e stringe forte è il simbolo della sua infanzia e il fatto che venga buttato violentemente per terra, sporcato e calpestato indica la volontà altrui di catapultarla nella violenza del mondo degli adulti. E’una storia che fa riflettere sul fenomeno della prostituzione che non è più quella di una volta, fatta da persone adulte e consenzienti, è lo sfruttamento di schiave vendute e comprate tramite un racket  che toglie loro ogni libertà.

Il suo racconto è un invito alla denuncia dello sfruttamento della prostituzione?

Sì. Moltissime donne non denunciano perché hanno paura, perché non credono che possano cambiare le cose, perché molto spesso c’è un senso di colpa nelle persone che sono maltrattate, violentate. Quello che si crea è una psicologia della colpa che la vittima assume sulle sue spalle e spesso non denuncia anche per questo.

Come mai ha deciso di intitolare il libro “Passi affrettati”?

Perché da l’idea delle donne che vogliono scappare, qualche volta non ce la fanno, però hanno questo passo affrettato.

Gli ultimi dati Istat rilevano che la maggior parte delle donne subiscono violenza tra le mura domestiche ad opera del partner. Lei come se la spiega questa violenza familiare?

E’ una questione di cultura: se non c’è una cultura del rispetto, lì dove non si controlla ossia nell’intimità della casa, se non c’è una coscienza e un vero rispetto dell’altro si finisce ad abusare dei più deboli.

Che cosa pensa lei della rappresentazione della donna nella nostra società?

Non ne parliamo, è catastrofica. Quello che si vede in televisione, nella moda, nella pubblicità è una donna ridotta a pezzo di carne…

E’ violenza anche quella?

E’ violenza, è molta violenza. Purtroppo, poi, insegna ai ragazzi quel tipo di uso del corpo”.

Ricordiamo che contro la violenza alle donne, una situazione intollerabile, si susseguono per tutto il mese e oltre iniziative messe in campo in tante città italiane. A ROMA, lo ricordiamo ancora una volta la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne che si terrà Sabato 28 novembre 2009 (ore 14,00 da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni – http://www.torniamoinpiazza.it) Contro la violenza maschile sulle donne, per la libertà di scelta sessuale e di identità di genere. Per la civiltà della relazione tra i sessi. Per un’informazione libera e non sessista. Contro lo sfruttamento del corpo delle donne a fini politici ed economici. Per una responsabilità condivisa di uomini e donne verso bambine/i, anziane/i e malate/i, nel privato come nel pubblico. Contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per una scuola che educhi alla convivenza civile tra i sessi e le culture diverse.

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