Categorizzato | RITRATTI DI DONNE

“Le donne , diversamente dagli uomini, non si impongono confini e sanno ascoltare”, INTERVISTA A VIKY, UN SOGNO CHE DIVENTA REALTÁ. Nel cuore dell´Africa.

Pubblicato il 11 giugno 2010 da Redazione Delt@

Vittoria Quondamatteo  Nata Lecco nel 1970, detta Vichy, dopo un´adolescenza trascorsa a San Benedetto del Tronto si laurea in psicologia, indirizzo clinico e di comunità con un diploma in psicoterapia familiare e sistemico – relazionale. La sua vita e il suo tempo sono interamente dedicati alle vite che passano nelle Case Famiglia. Ci dice che la parola responsabilitá fa rima con l´avverbio “sempre”: significa che la Comunità ci  sarà sempre per la persona che ospitano, anche oltre il tempo di permanenza previsto nella Casa Famiglia. 

Perché i “Bimbi del Meriggio”? Come nasce questo nome?

Da una poesia e dalla speranza che  il meriggio sia l’orizzonte di un nuovo futuro, aperto a tutti  e rivolto soprattutto ai bambini a cui la malattia, la guerra e la povertà  negano una speranza.

Sembra che siano essenzialmente tre poli onlus coinvolti in questo progetto: Aina, Fiore del Deserto, Casetta Rossa. Mi sbaglio? Puoi spiegare meglio come logisticamente vi dividete il lavoro?

Noi tutti abbiamo un pensiero condiviso e ciascuno  partecipa alla realizzazione  del progetto secondo le sue capacità. Aina e Il Fiore del Deserto sono  rami consolidati di un esperienza nata vent’anni fa e che ha coinvolto centinaia di persone di ogni provenienza, ma tutte con lo stesso desiderio di donarsi. AINA opera nel mondo per sostenere progetti di adozione a distanza e nella cooperazione.

E’ presente in Kenya con i propri collaboratori e volontari, Il Fiore del deserto promuove programmi e progetti  per sostenere adolescenze in difficoltà ,ed interviene nella promozione e gestione del Progetto “Bimbi del Meriggio” accompagnando volontari, aprendo campi di lavoro. Casetta Rossa è una comunità per ragazzi, una nuova struttura per accogliere il disagio giovanile. Il 12 Giugno alcuni di questi ragazzi partecipano all’evento portando un loro contributo di solidarietà.

Come sei entrata nel mondo cooperativo e del sociale? Raccontaci cosa rappresenta per te questo progetto.

A 18 anni sono andata in una missione in Africa, in un ospedale per bambini malati di HIV e da allora è intrapreso un viaggio  attraverso il  mondo della vita debole che non ho più interrotto in Africa come in Italia. Ho seguito l’istinto: a 18 anni puoi fare tutto e io non  volevo starmene con le mani in mano non mi interessavano le passeggiate lungo il Corso. Stavo maturando un´idea di solidarietà , di dono di sè e l’Africa mostrava  tutto: la bellezza e la vera miseria, la malattia e la gioia di vivere. Sono partita con due amiche e ci siamo appoggiate ad una struttura religiosa.” Il progetto “Bimbi del meriggio” è la tappa importante di un percorso  iniziato con quel viaggio, e realizza anche una speranza di futuro per i bambini che vivono con noi da diversi anni. Ma è subito nuovo inizio. Far vivere e progredire il progetto significa promuovere cooperazione sociale e non solo in Africa, vogliamo far vivere l’idea della condivisione  portando il respiro e la forza della globalità dentro una realtà locale povera ma pronta a cogliere le opportunità.

Una volta mi hai detto che in casa famiglia “I tempi seguono un altro corso”, puoi definire meglio questo aspetto del tuo impegno quotidiano?

In casa famiglia viviamo il tempo che non c’è perché la scommessa è di dare un futuro anche a chi non  potrebbe mai averlo. La casa famiglia è un luogo sociale dove si tenta di non lasciare indietro nessuno come dovrebbe essere per la famiglia e la scuola, ma mentre queste due istituzioni sono attraversate da una crisi profonda che noi registriamo ospitando tipologie che esprimono questa realtà, la casa famiglia tenta l’impossibile per tanti adolescenti.

Vivere per gli altri è l’unico modo veramente umano per vivere se stessi,  così  ritrovo il mio tempo perché questo è il tempo che ci chiedono i giovani che devono crescere.

 

Come arrivano alla Casa Famiglia i bambini malati di HIV+ e di quale fascia di età parliamo?

Arrivano dagli ospedali e dai villaggi, AINA è presente sul territorio, interviene a fianco delle famiglie, coopera per migliorare la qualità della vita nei villaggi. AINA riscuote la fiducia delle persone, delle donne  e delle istituzioni del territorio.

 La fascia di età è da zero a 14 anni

Fino a che età potranno essere ospitati?

Noi ci impegniamo a sostenerli fino a che non riusciamo a dare a questi ragazzi autonomia, istruzione e consapevolezza dei propri diritti

Sono previsti dei piani di adozione nazionale o internazionale o la malattia sbarra la strada a questa possibilità?

La maggiore difficoltà sono le procedure adottive. In  Kenya è richiesto un  lungo tempo di permanenza nel quale almeno uno dei coniugi dovrebbe essere presente.  Concretamente uno dei coniugi dovrebbe trasferirsi per alcuni mesi, dai tre ai cinque mesi con il rischio e questo per ovvie ragioni ostacola fortemente il percorso di adozione.

Avete pensato a dei campi di lavoro che coinvolgano direttamente gli adolescenti del Fiore del deserto presso la Casa I bimbi del meriggio?

Si, due anni fa abbiamo portato un gruppo di ragazze nella missione di Igoji a nord di Meru sempre in Kenya  per fare una esperienza di volontariato. Anche quest’anno, in Aprile, per  l’inaugurazione  della struttura del progetto “Bimbi del Meriggio” abbiamo inserito due ragazze. Sicuramente continueremo questa  esperienza che possiede un alto valore educativo e formativo.

A proposito de Il Fiore del deserto, ci è sembrato, partecipando ad una piacevole serata di degustazione gastronomica organizzata dalla vostra Comunità, che la maggioranza delle ospiti/pazienti siano donne. Che relazione c’è, nell’ambito del disagio psichico, tra l’incidenza adolescenziale del problema e il genere femminile?

Le donne, ancora oggi, sono discriminate e per una donna è più facile vivere un esperienza difficile, la violenza, l’abbandono in età adolescenziale è più diffusa di quanto pensiamo

Quali sono le realtà sociali più colpite dal disagio psichico tra le ragazze?

Non ci sono ambiti sociali predisposti, esistono rischi che rimandano a condizioni, spesso di deprivazione culturale.

E’ facile pensare che il disagio psichico nasca all’interno di contesti di degrado e di povertà materiale che spesso diventa anche mancanza di strumenti relazionali ed educativi. Questa sicuramente è una realtà che conosciamo bene nei nostri percorsi di accoglienza: giovani che provengono dai quartieri periferici della nostra città e che precocemente entrano nel circuito della devianza sia perché vivono in famiglie in cui la legalità non è  vissuto come un valore, sia ragazze che provengono dai vari campi nomadi. Ciò che porta al disagio psichico però è la povertà di relazioni che questi giovani vivono, spesso molto precocemente adultizzati nella cura dei propri fratelli, poveri di riferimenti adulti validi.

Va però rilevato che sempre più spesso ci troviamo ad accogliere ragazzi che provengono da famiglie ben inserite nella società, nelle quali il disagio del giovane che viene allontanato spesso esprime il malessere di tutto il sistema, malessere non riconosciuto o non affrontato prima tanto da portare a brek out in adolescenza.

Va sottolineato inoltre il difficile fenomeno delle ragazze adottate e allontanate in adolescenza dal nucleo familiare che le ha accolte.

Vi occupate anche delle donne vittime della tratta. Puoi spiegare meglio come intervenite in tali ambiti?

Il nostro intervento si realizza prevalentemente attraverso l’accoglienza delle ragazze (a volte bambine). Sono ragazze con le quali va ricostruito pian piano il rispetto per sé stesse e l’autostima, va contrastata la vergogna che provano per quello che hanno fatto (la prostituzione) e per quello che non hanno avuto il coraggio di fare prima (la fuga).

Voglio chiarire che quando si parla di ‘tratta’ va tenuto in conto che lo sfruttamento a scopo sessuale è solo un aspetto del fenomeno.

La nostra associazione si occupa infatti spesso di ragazze (per lo più minorenni) vittime di tratta anche per altre forme di sfruttamento, come ad esempio per l’accattonaggio, per micro-criminalità o per lavoro minorile spesso in condizioni disumane.

L’accoglienza presso una casa famiglia va a definire un progetto di sostegno finalizzato a ridare benessere psicologico, a prendersi cura della salute fisica ed a avviare e sostenere percorsi di integrazione in Italia attraverso una adeguata formazione ed un avviamento lavorativo.

La fase di accoglienza in casa famiglia può poi avere seguito con una collocazione in case di semi-autonomia dove la giovane raggiunta la maggiore età ed un inizio di autonomia economica continua ad essere sostenuta e monitorata sino al raggiungimento di una piena autonomia.

L’intervento si articola in una serie di azioni, riassumibili in:

a)    Un lavoro educativo e sociale, attivando percorsi formativi e professionalizzandi e quindi favorendo l’inserimento lavorativo. Questo aspetto è punto centrale del percorso poiché permette di dare alla ragazza opportunità nuove e nuove speranze

b)    Garanzia di un sostegno legale, per gestire gli aspetti giudiziari e per seguire la questione dei documenti

c)    Una attivazione ed accompagnamento alle visite sanitarie, per la tutela della salute fisica. Primo tra tutte naturalmente una attenzione alle questioni ginecologiche e delle malattie sessualmente trasmesse

d)    E soprattutto l’attivazione di percorsi di sostegno psicologico per contrastare il trauma subito della violenza reiterata e dalla segregazione in cui queste ragazze sono state tenute durante il periodo in cui sono state schiave. L’aiuto serve anche a liberarle dal peso della responsabilità che hanno verso i loro cari lasciati in patria e che sentono in pericolo a causa della loro scelta di ribellarsi alla schiavitù e sperare in una vita migliore, poiché molto frequente è la minaccia di ritorsione contro i familiari. Il sostegno è finalizzato inoltre a ricostruire la stima di sé e la fiducia nella vita e negli altri, elementi essenziali per poter sperare in un’altra occasione migliore. Spesso il trauma subito le porta a vivere in una percezione di perenne pericolo, stati di ansia, disturbi della sfera alimentare. In alcuni casi il disagio è tale che si rileva un vero e proprio disturbo (il disturbo post traumatico da stress) che richiede interventi integrati anche dall’area psichiatrica e alcune volte anche farmacologica.

Per concludere, parliamo un momento delle operatrici. Il mondo della psichiatria in Italia è sorprendentemente appannaggio delle donne. Come puoi motivare  questo fenomeno?

Le donne , diversamente dagli uomini, non si impongono confini e sanno ascoltare.

Molti pensano che le donne sanno far bene nei lavori di cura e questo spiegherebbe il successo delle donne in certe professioni. Sbagliato!

Angelica Alemanno

www.deltanews.net

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